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Promossi e bocciati: il Pagellone della crisi di governo

Da Conte a Renzi, da Meloni a Mattarella, diamo i voti ai protagonisti in positivo e in negativo della crisi più folle e incomprensibile della storia repubblicana.

mattarella governo del presidente

Chi ha vinto e chi ha perso? Vincitori e vinti. Promossi, bocciati o rimandati. Il giorno di Mario Draghi al Quirinale è anche l’occasione per tracciare finalmente un bilancio della crisi più folle e inspiegabile degli ultimi anni. Ecco, nel dettaglio, le pagelle dei principali protagonisti della crisi di governo.

GIUSEPPE CONTE

Ha fatto di tutto per resistere, anche quello che non avrebbe mai creduto di fare quando, due anni e mezzo fa, si è affacciato da carneade a Palazzo Chigi: politica. Quella vera, con la P maiuscola, in un crescendo di compromessi, bracci di ferro, concessioni, trattative più o meno sottobanco. L’avvocato del popolo timido e impacciato che smarriva i fogli scritti da Rocco Casalino, prendeva tortorate a Strasburgo da mezzo Parlamento europeo e chiamava “congiunto” il fratello del Presidente Mattarella ha lasciato via via spazio a un animale politico insospettabile ma non del tutto inaspettato: un moroteo di una volta, di quelli che non fabbricano più, che ai tempi di Aldo Moro avrebbe probabilmente portato i caffè ma che oggi, in questa politica di nani e scendiletto, si staglia come un gigante del pensiero. Fino all’ultimo ha provato a mantenere in vita un governo che aveva costruito a sua immagine e somiglianza, accentrando (anche troppo) decisioni e decreti e riuscendo nel miracolo di tenere insieme due forze politiche che fino a pochi mesi prima si parlavano solo attraverso le carte di un tribunale.

MAIE-Italia23 gruppo conte senato costruttori

 

La risposta al Senato a Renzi, senza raggiungere gli afflati epici dell’ormai celebre discorso a Salvini dell’agosto 2019, ha mostrato cosa significa l’espressione “senso delle istituzioni”, lasciando intravedere quello che potrebbe essere un futuro Conte politico, e non più solamente tecnico. Ai più stretti collaboratori ha rivelato un unico rimpianto: quello di essersi dimesso prima del voto su Bonafede. La verità è che quella scelta gli ha solo evitato l’onta di una sconfitta sul campo, una demolizione controllata (e urlata) che, per quella che è stata la sua traiettoria da Presidente del Consiglio, proprio non avrebbe meritato. Se proprio doveva accadere, meglio andarsene così, accoltellato a freddo con una manovra di palazzo da prima repubblica di fronte a cui, anche volendo, non avrebbe avuto alcuna chance di sottrarsi. Lascia da sconfitto, senza aver mai perso, e con la fiducia di metà del Paese che, nel momento più difficile della storia repubblicana, ha saputo rassicurare e infine conquistare. Se vorrà, la fine per lui è solo un inizio. Voto: 8

MATTEO RENZI

Fin dal primo istante di questa crisi, ha fatto di tutto per arrivare sino a questo punto. Dal principio ogni mossa, ogni frase, ogni dichiarazione, ogni veto, ogni capriccio, ogni respiro, era studiato esattamente per arrivare a una serata drammatica come quella che abbiamo vissuto ieri. Aveva quattro obiettivi: disarcionare Conte, spaccare il Movimento 5 Stelle, vendicarsi nei confronti del suo ex partito e, contemporaneamente, evitare nuove elezioni che per lui e i suoi significherebbero sparire dalla scena politica sine die.

matteo renzi porta a porta

 

Li ha raggiunti tutti e quattro, con gli interessi, in modo addirittura più rapido e chirurgico di quanto anche i più ottimisti avrebbero immaginato. Non c’è che dire, un capolavoro politico che supera e ridefinisce anche la mossa del cavallo a lungo paventata. Ma, prima ancora, una manovra di palazzo che fa impallidire certi sepolcri imbiancati della Prima Repubblica. Una partita di poker perfetta giocato sul tavolo di un Paese in piena pandemia e in ginocchio, devastato da un’emergenza sanitaria ed economica senza precedenti, usando gli italiani come carne da macello delle sue vendette private e dei suoi personalissimi capricci. E questo per un politico è un peccato mortale, imperdonabile, che anche un popolo senza memoria come quello italiano non gli perdonerà mai. Voto: 2

ROBERTO FICO

Sobrio, istituzionale, pragmatico, era la figura che avrebbe dovuto fare da pontiere verso il Conte Ter, traghettando il governo al di là del fiume. Ha provato a farlo dall’inizio con la massima serietà e correttezza possibile, solo che nessuno lo ha avvisato che i giochi erano già fatti da tempo. Come un violinista sul Titanic, ha eseguito bene la sua parte, incarnando alla perfezione quell’ala moderata, democratica che nel Movimento 5 Stelle è sempre esistita, schiacciata sotto il peso del populismo. Questo ruolo di garante di un patto di fine legislatura sembrava ritagliato apposta per lui, e per quello che ha potuto lo ha retto dignitosamente. Solo che l’allenatore lo ha mandato in campo quando ormai la partita era già finita. Voto: 6,5

Roma – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati, oggi 29 gennaio 2021.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

NICOLA ZINGARETTI

Per lui vale sempre quel vecchio adagio: non fa nulla, ma lo fa incredibilmente bene. Questa volta, però, il suo proverbiale immobilismo gli è costato caro, avendo incontrato sulla sua strada la sua nemesi politica naturale: Matteo Renzi. Uno che, al contrario, fa e disfa, rompe e ricuce, promette e tradisce nel giro anche di 24 ore. Di fronte a uno così, ci sarebbe stato bisogno di un atto di coraggio, di una controffensiva politica, una strategia capace di ribaltare il tavolo. Ma non si può chiedere a un pero di fare le mele. Semplicemente non è la sua storia, non è la sua partita. Nella crisi del 2019 aveva seguito la corrente dell’alleanza col Movimento 5 Stelle, rimangiandosi con una sana dose di realpolitik un niet che sembrava scolpito nella pietra;

nicola zingaretti giuseppe conte

questa volta è rimasto fino all’ultimo prigioniero di un sostegno di principio a Conte, senza avere in tasca piani b e c, di fronte a uno che cambiava piano, tavolo e anche regole del gioco dalla mattina al pomeriggio. E oggi si ritrova costretto a piegarsi a una linea Mattarella che è, sì, il male minore, ma che rischia di vederlo andare al governo fianco a fianco con Salvini, che fino al giorno prima era “il vero pericolo per gli italiani”, senza contare gli effetti sul lungo termine di un governo tecnico o di larghe intese che, tradizionalmente, finisce per logorare chi lo sostiene. Nel momento della verità, ha dimsotrato di essere un buon amministratore ma non un grande politico. Comunque andrà, è tra gli sconfitti di questa crisi. E, prima o dopo, ne pagherà il prezzo. Voto 5

MATTEO SALVINI

“Gli italiani ci chiedono di andare al voto”. “Sosteniamo Draghi”. “Vediamo cosa chiede”. “No a governi tecnici.” “No a governi di sinistra.” “Crisi di governo incomprensibile.” “La crisi di governo ha mandato a casa ministri impresentabili.” Ha cambiato idea talmente tante volte, e in modo così schizofrenico e ravvicinato, che è anche impossibile dargli un voto. Ma, nel dubbio, glielo diamo lo stesso sulla fiducia. Voto 3

salvini recovery plan dimartedì

GIORGIA MELONI

A differenza del suo diversamente intelligente collega, sa benissimo qual è la sua strategia. Che è la stessa che ha portato avanti come una samurai giapponese dal 2018 senza mai alcun scivolone o cedimento: sempre e testardamente all’opposizione, di chiunque e con chiunque. Una rotta che l’ha portata, negli ultimi due anni e mezzo a triplicare i suoi voti e che non ha nessuna intenzione di abbandonare fino a quando non arriverà il momento di capitalizzare il suo tesoretto alle prossime elezioni. Dalla sua ha l’enorme vantaggio di non avere scadenze precise né alcun vincolo e potrà giocare questo ultimo anno e mezzo di governo dalla posizione privilegiata di spettatrice senza sporcarsi le mani con manovre o leggi impopolari e con il vento in poppa di una crisi economica che morde sempre di più a tutti i livelli. Insomma, le condizioni perfette in cui trovarsi per un partito populista e sovranista. Se fosse un voto di gradimento, sarebbe una bocciatura su tutta la linea. Ma politicamente non ci sono dubbi. Voto 8

PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA
Un faro nella tempesta perfetta. Lo statista che, nel momento più buio della Storia repubblicana, tira fuori il coniglio dal cilindro e, in un colpo solo, salva il Paese dal salto nel vuoto di nuove elezioni e tiene insieme i pezzi di una legislatura che altri avevano cercato di distruggere. Lo ha fatto alla sua maniera, da buon democristiano, ricorrendo al male minore e, al tempo stesso, al massimo del prestigio internazionale che si possa chiedere a una leadership in Italia. Il tutto con quell’appello, accorato in modo inusuale per una figura come la sua tradizionalmente mite, all’unità nazionale di tutti i partiti, nell’ora più buia. Tradotto? Arriverà il momento delle divisioni e della propaganda. Questo è il momento della responsabilità. Se il Movimento 5 Stelle alla fine digerirà i mal di pancia e asseconderà la “linea Mattarella”, sarà il capolavoro del suo mandato, l’ennesimo dell’unico vero, grande, statista rimasto a questo Paese. Voto 10

mattarella discorso 1