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Il potere dell'ISIS su Internet

L’ISIS è in guerra, una la combatte in Siria, in Libia e in Iraq (e tramite Boko Haram in Nigeria) un’altra invece è quella contro l’Occidente. Al di là degli attacchi solitari contro gli obbiettivi sensibili in Europa la strategia dell’ISIS al momento consiste nel mostrarci gli orrori della guerra, sgozzamenti ed esecuzioni varie rilanciate di continuo tramite Twitter. Lo scopo è duplice, se da un lato l’ISIS vuole terrorizzare chi vive in Europa e in America facendo vedere di cosa sono capaci, dall’altro la leggenda vuole che grazie ad Internet la macchina della propaganda del Califfato sia in grado di raggiungere i giovani mussulmani che vivono in Occidente per convertirli alla causa di Daesh e di farli diventare quelli che abbiamo imparato a conoscere come i “foreign fighters” dell’ISIS.
isis presenza territori
 
ISIS E TWITTER, A LOVE STORY?
Ma è davvero così? Davvero gli uomini di al-Baghdadi sono così abili su Twitter e sull’Internet da poter guadagnare non solo follower ma anche nuovi seguaci desiderosi di unirsi alla battaglia che l’ISIS sta conducendo in Siria e in Iraq? La domanda se l’è posta anche Kathy Gilsinan su The Atlantic ed i tempi sono maturi per la classica riflessione sulla distorsione della percezione ai tempi dei social media. Era successo ai tempi della protesta degli studenti iraniani del 2009 (la famosa Iran Twitter Revolution) e in qualche modo anche durante gli eventi della Primavera Araba del 2011. Dopo il caso dell’hashtag #We_Are_Coming_O_Rome diffuso dalla direttrice di SITE RIta Katz che ha dato più risonanza alla cosa di quanta ce ne fosse “tra gli account collegati all’ISIS” è quindi il momento di chiedersi quale sia effettivamente la portata della propaganda dell’ISIS su Twitter. A chiederselo è anche Max Abrahms, docente alla Northeastern University e studioso di questioni legate al terrorismo internazionale.

 
DAVVERO TWITTER VIENE USATO PER IL RECLUTAMENTO?
A The Atlantic Abrahms ha detto che ci sono altri gruppi terroristici come ad esempio Boko Haram in Nigeria che non hanno bisogno di ricorrere a Twitter per poter reclutare nuovi volontari. La differenza, secondo Abrahms, la fa la capacità di vincere battaglie e di fare nuove conquiste militari, non la diffusione di hashtag su Twitter. Sono stati i successi in Iraq e in Siria ad aver consentito all’ISIS di superare per importanza Al-Qaida all’interno della galassia dei gruppi jihadisti. isis foreign fighters Insomma, ancora una volta la guerra si vince sul campo di battaglia e non sull’Internet? A quanto pare sì, soprattutto se si vanno a guardare i dati sulla provenienza degli oltre ventimila foreign fighters che hanno raggiunto le aree sotto il controllo del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. La maggioranza dei combattenti stranieri proverrebbe infatti dai paesi del Medio Oriente e dal Nord Africa. Il numero dei volontari giunti dai paesi occidentali (che sarebbero l’obbiettivo della propaganda via Twitter) è pari a meno di un quinto del totale complessivo.
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E sarebbe peraltro un errore pensare che è solo grazie all’Internet che l’ISIS riesce a fare presa sulle menti di chi parte per combattere il jihad,soprattutto considerando il fatto che in diversi paesi Nordafricani e arabi la diffusione della banda larga è parecchio indietro. Certo, anche in Occidente ci sono sostenitori dell’ISIS che diffondono e retwittano quello che viene postato dagli account degli utenti che si trovano nei territori sotto il controllo di Daesh, ma la “guerra” che viene combattuta su Twitter non è la rappresentazione fedele di quella reale combattuta sul terreno. In quest’ottica allora pure la portata delle operazioni di Anonymous contro l’ISIS e contro gli account dei jihadisti su Twitter verrebbe ulteriormente ridimensionata mettendone in discussione l’utilità. Se l’idea di Anonymous è quella di affermare che l’Internet è una cosa da difendere dall’oscurantismo religioso e che deve essere veicolo di un certo tipo di messaggi (libertà di pensiero per tutti, anche per chi critica l’Islam e Maometto) allora ha un senso, ma pensare che “stroncare” la rete del terrore dell’ISIS equivalga a indebolire in qualche modo la posizione strategica (sul territorio e sulle menti di coloro che sono disposti a morire per la causa) acquisita dal Califfato è un altro discorso. Coloro che scelgono di unirsi all’ISIS probabilmente lo fanno perché sono già radicalizzati e non hanno bisogno dell’influenza dei social network per fare la loro decisione. Lo dimostra in parte la storia degli attentatori di Parigi e la vicenda stessa della genesi dell’ISIS, che non è nata da contatti su Twitter ma all’interno di un campo di prigionia americano. Dire questo non equivale a dire che gli uomini di al-Baghdadi non sono in grado di usare o comprendere l’Internet, ma significa semplicemente che noi occidentali non abbiamo ancora capito il modo in cui ne fanno uso. Per l’ISIS l’Internet ha diversi vantaggi: è gratuito e arriva nel cuore dell’Occidente molto più rapidamente di un razzo sparato dalle coste libiche, ma non significa che si affidino a Twitter per fare le stesse cose che potrebbe fare il cacciatore di teste di un agenzia del lavoro. Quelli che subiscono la propaganda mediatica dell’ISIS non sono i giovani mussulmani radicali ma i media e i cittadini occidentali che sbagliano se pensano di applicare agli uomini del Califfato gli stessi stereotipi culturali che applichiamo a noi stessi. L’internet non è probabilmente il grande livellatore che pensiamo che sia, siamo diversi, anche sul modo di stare in Internet, di usarlo e di farci condizionare da esso.
 
I TWEET SU #ISIS