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Il misterioso boss della mafia che comanda a Roma

Chi è il boss della mafia che controlla Roma? Nelle conversazioni di Mafia Capitale riportate nell’ordinanza Ernesto Diotallevi, faccendiere e criminale conosciutissimo nelle storie nere della Capitale, si lascia sfuggire in una discussione con il figlio Leonardo qualcosa a proposito di un boss che controlla Roma per ordine della mafia, luogotenente di Totò Riina che è ancora il capo dei capi anche in carcere, visto che gli uomini d’onore non perdono il loro status nemmeno dopo trent’anni di 41 bis. Il nome dell’ignoto boss dei boss a piede libero rimane ignoto, ma una sua descrizione può farci avvicinare di molto a un identikit.
 

ernesto diotallevi mafia capitale
Ernesto Diotallevi, referente della mafia a Roma

IL BOSS DEI BOSS CHE COMANDA A ROMA
Nell’ordinanza del Gip si legge che nella fitta ragnatela di rapporti che le organizzazioni di stampo mafioso intrecciano per sviluppare i propri affari illeciti e assicurarsi il controllo del territorio senza spargimenti di sangue, Cosa Nostra aveva due referenti di spicco nella capitale: Ernesto Diotallevi, storico boss il cui nome è stato associato alla Banda della Magliana, ma uscito indenne dall’accusa di partecipazione a quel sodalizio, e Giovanni De Carlo, il boss emergente, il nuovo che avanza. Diotallevi e De Carlo sono indagati dalla procura di Roma per associazione per delinquere di stampo mafioso proprio in quanto ritenuti, così è scritto nelle carte dell’inchiesta su Mafia Capitale, «referenti romani» dell’organizzazione criminale siciliana. In una richiesta di intercettazioni Diotallevi viene indicato come appartenente a Cosa Nostra dal collaboratore Salvatore Cancemi che «riferisce anche in merito ai suoi rapporti con Pippo Calò». Degli stessi rapporti – si legge nella richiesta della procura- riferisce anche Francesco Marino Mannoia. Ma la questione più interessante spunta in un’intercettazione ambientale che risale al 2012, nella quale a parlare sono Diotallevi e il figlio Leonardo.
Una conversazione tra Ernesto e Leonardo Diotallevi citata nell'ordinanza del Gip su Mafia Capitale
Una conversazione tra Ernesto e Leonardo Diotallevi citata nell’ordinanza del Gip su Mafia Capitale

Diotallevi, parlando con il figlio Leonardo, si «definisce – è detto nel successivo decreto di autorizzazione alle intercettazioni – come l’attuale boss di Cosa Nostra su Roma». Ma poi dice che lui lo è teoricamente, in pratica il potere è in mano a Giovanni De Carlo (il “Giovannone” delle intercettazioni). «Leonardo: ma chi è oggi il super boss dei boss… quello che conta più di tutti? – dice Diotallevi nella conversazione captata – Ernesto: teoricamente so’ io…teoricamente». Nel corso della conversazione, ed in una successiva del 22 novembre 2012, i due parlano – si legge nel decreto – anche del «ruolo di tale Giovanni, indicato come colui che materialmente conta. Diotallevi, in un documento dei carabinieri, identifica poi De Carlo, legato anche al camorrista Michele Senese, «quale soggetto dotato di particolare caratura criminale», personaggio «’trasversale’ («gioca su tutti i tavoli») e capace, ad oggi, di «contare materialmente nel panorama criminale romano».
 
pippo calò mafia capitale
Pippo Calò, il “compare” della mafia a Roma (foto: archivio l’Unità)

 
GIOVANNI DE CARLO E L’ALTRO BOSS
Ma ai due nella conversazione sfugge anche altro. Si parla di una persona che ha preso il posto del “Compare”, e verosimilmente ci si riferisce al famigerato Giuseppe Calò detto Pippo, capo mandamento di Porta Nuova, membro della commissione provinciale di Palermo, stabilmente insediatosi a Roma sin dal 1973, dove veniva tratto in arresto il 30 marzo 1985. Ma, spiega anche Diotallevi, se il capo è la persona che dice lui, attualmente “non lo conosce nessuno”, ovvero è totalmente sconosciuto come referente della mafia siciliana sia dai criminali romani che dalla Polizia. Un insospettabile, quindi, ma a cui anche Giovannone, precisa Diotallevi, “dopo un minuto gli lecca il culo”. Nelle carte dell’inchiesta sono accennati a contatti con il clan dei Santapaola, quello dei Senese e con la ‘Ndrangheta. Il tutto in nome di una strategia che ha abbandonato traffici come quelli sulla droga per puntare al grande ‘mercatò degli appalti, che tralascia i trafficanti per i colletti bianchi. Affari, tornando al clan Carminati, che generavano ingenti somme di danaro e per mettere al riparo i capitali, all’estero, illecitamente realizzati il clan avrebbe utilizzato un corriere che guadagnava il 4% dell’importo trasportato. Secondo quanto documentato da un’informativa del Ros, il danaro sarebbe transitato prima in contanti in Svizzera e a San Marino e dalle banche locali estero su estero in Liechtenstein o alle Cayman. Il collaboratore di giustizia Roberto Grilli ha riferito che Carminati «gli aveva consigliato di rivolgersi a Marco Iannilli, (indagato nell’inchiesta su Finmeccanica, ndr) – scrivono i carabinieri – il quale aveva spiegato di essere in contatto con un soggetto che avrebbe trasportato fisicamente il denaro contante, con una retribuzione pari al 4% dell’importo totale in Svizzera o a San Marino.
mafia capitale de pedis
L’omicidio di Enrico De Pedis

IL DEPUTATO IGNOTO
L’inchiesta su Mafia Capitale è destinata ad aprire nuovi fronti, ma non perde di vista, ed indaga, sui »buchi neri« di vicende già esaminate. Come quella della presunta destinazione ad un deputato di una parte della tangente, 600 mila euro, versata da Breda Menarinibus (Finmeccanica) per l’aggiudicazione dell’appalto per la fornitura di 45 filobus bus al Comune di Roma destinati al cosiddetto Corridoio Laurentino. Episodio che aveva già messo portato in carcere Riccardo Mancini, ex fedelissimo di Gianni Alemanno. In un’intercettazione Salvatore Buzzi, stretto collaboratore di Carminati, afferma: «I soldi non li ha presi Mancini, l’ha dati ad un deputato, noi sappiamo a chi l’ha dati. Lo sa tutta Roma».

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