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Le perquisizioni a Marco Lillo e la misteriosa fonte del Fatto

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Il Fatto Quotidiano la prende a ridere, e in effetti la situazione sembra così paradossale che l’unica reazione possibile è proprio quella: le perquisizioni a cui è stato sottoposto Marco Lillo in qualità di testimone dalla procura di Napoli dopo un esposto presentato dagli avvocati di Alfredo Romeoin cui si lamenta la pubblicazione di notizie coperte da segreto che peraltro avrebbero natura diffamatoria per la posizione del loro assistito” sembra alquanto paradossale.

Le perquisizioni a Marco Lillo

Infatti Marco Travaglio stamattina non si affatica nemmeno molto nel far notare la “curiosità” di una situazione nella quale i pubblici ministeri sembrano muoversi più per un motivo nascosto che per quanto scrivono negli atti:

Il preclaro denunziante che il noto criminale Marco Lillo avrebbe diffamato pubblicando atti della Procura che ci perquisisce è quel Romeo che la Procura che ci perquisisce ha fatto arrestare quattro mesi fa per corruzione e indagato un anno fa per associazione per delinquere e concorso esterno in associazione camorristica. Cioè: quello che per i pm di Napoli è un ladro e un amico della camorra chiede da Regina Coeli alle guardie di punire il giornale che ha pubblicato le loro carte che gli danno del ladro. E le guardie eseguono.
In trent’anni e passa di cronaca giudiziaria ne avevamo viste tante, ma questa ci mancava. L’accusa di aver diffamato Romeo potrebbe sussistere se avessimo pubblicato atti falsi, ma in quel caso i pm non potrebbero procedere per rivelazione di segreto d’ufficio. Siccome abbiamo pubblicato atti veri, non può sussistere alcuna diffamazione. Ergo la perquisizione “sulla base di una denunzia- querela dei difensori diRomeo” non sta né in cielo né in terra.

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I messaggi tra Tiziano Renzi e Marco Lillo

Perché “la Procura di Napoli indaga sulla pubblicazione delle due informative del Noe su Consip: quella del 9 gennaio e quella di febbraio 2017. Ma la seconda era stata depositata agli atti dalla Procura di Roma, dunque non era segreta. E la prima, segreta, fu pubblicata da tutti i maggiori quotidiani il 4 marzo, mentre il Fatto una volta tanto la ebbe solo l’indomani”. Si può giustificare una perquisizione a un giornalista (e alla ex moglie, e all’attuale compagna, e al suo ufficio, e all’editore del suo libro, e all’art director che lo ha impaginato) in base a tutto questo?

La misteriosa fonte del Fatto su CONSIP

No. E si capisce benissimo che gli inquirenti, sia a Roma che a Napoli, sono alla ricerca della misteriosa fonte che ha fornito i documenti a Marco Lillo. E a questo proposito un indizio su chi potrebbe essere la vera fonte lo fornisce la stessa Federica Sciarelli in un articolo pubblicato su La Verità a firma di Giacomo Amadori, che per primo parlò dell’affare CONSIP raccontando di un’inchiesta che veniva da Napoli e che preoccupava Tiziano Renzi, basandosi evidentemente su fonti toscane. «Quel giorno Lillo ha telefonato a me e io ho telefonato a Henry. Risultato: hanno indagato me ed Henry. Secondo me lui fa la telefonata a noi e poi contatta la vera fonte…», avrebbe detto la Sciarelli ad Amadori. E ancora: «Mi dicono che tutti sanno chi sia stato, che è stato un carabiniere… Lillo non lo può rivelare? Ho capito, ma quello a noi ci ha messo nella m…a».

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Marco Lillo e Tiziano Renzi

Chissà se è davvero un carabiniere la fonte di Lillo. Di certo Il Fatto ha fragorosamente mollato il capitano Giampaolo Scafarto – anche se questo, va precisato, non vuole assolutamente dire che sia lui la fonte, anzi –  raccontando il 9 giugno scorso di una chat che proverebbe il dolo del graduato del NOE nell’attribuire la frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” ad Alfredo Romeo che parla di Tiziano invece che a Italo Bocchino che parla di Matteo come si capisce dal contesto e dalla registrazione. “La prova sarebbe in una chat scambiata da Scafarto il 3 gennaio del 2017 con il vicebrigadiere Remo Reale”:

Dopo avere ascoltato l’audio della conversazione tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Reale scrisse al capitano che l’attribuzione della frase su un tal ‘Renzi’ a Romeo e la lettura in chiave accusatoria contro Tiziano Renzi, erano sbagliate. Reale, dopo avere scritto a dicembre, nel suo sunto, che a parlare non era Romeo (di Tiziano) ma Bocchino (di Matteo) lo riscrisse anche via whatsapp a Scafarto a gennaio.
Reale scrive che la frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” non è di Romeo ma di Bocchino pochi giorni prima che Scafarto scriva il contrario nell’informativa. Come se non bastasse, Reale invia a Scafarto l’audio perché senta con le sue orecchie. Il capitano però non ci sta e invita Reale a riascoltare l’audio con altri colleghi perché quella conversazione – nella sua lettura – poteva essere utile per l’arresto di Tiziano Renzi.

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L’articolo de La Verità su Federica Sciarelli e Marco Lillo (4 luglio 2017)

E concludendo così:

Inutile girarci attorno, la chat cambia la posizione di Scafarto. Il mero errore diventa difficile da sostenere. Nell’ipotesi migliore si è comportato come un accusatore ottuso e pervicace vittima di un pregiudizio. Il fatto che Scafarto nella chat citi l’arresto di Tiziano Renzi per chiedere a Reale di riascoltare l’audio insieme ai colleghi, per il suo avvocato sarebbe un elemento a discarico dal punto di vista penale. Sarà. Di certo quella frase fa venire i brividi.
Bisogna dirlo chiaramente: se in giudizio fosse provato il suo dolo, il capitano Scafarto dovrà pagare come la legge prevede. E Tiziano Renzi, come qualsiasi cittadino sottoposto a un’indagine, ha tutto il diritto di protestare per come un funzionario dello Stato ha disatteso – su questo punto – il suo dovere di cercare la verità e non “la sua verità”.

D’altro canto era stato proprio Marco Lillo a raccontare dell’informativa in cui si attribuiva l’ormai famosa frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato…” a Romeo invece che a Bocchino. Segnalando che la frase, secondo il NOE, “inchiodava alle sue responsabilità Tiziano Renzi”. E chiosando con grande onestà intellettuale: “Inchiodare forse è un po’ troppo“. Già.