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Elizaveta Talpis e l'Italia incapace di difendere una vittima di violenze in famiglia

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Elizaveta Talpis ha visto il figlio morire sotto i colpi di tre coltellate inferte dal marito Andrej a Remanzacco, in provincia di Udine, il 26 novembre del 2013. Poi è scappata fino a una ferrovia vicino, rincorsa dall’assassino, che ha colpito anche lei con un coltello trovato in casa ma non è riuscito a ucciderla. Lui si è costituito dopo essere rientrato in casa ed essersi reso conto della morte del figlio ed è stato condannato all’ergastolo nel gennaio 2015. Ma oggi la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere la donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito.
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Cosa hanno deciso i giudici della Corte europea dei diritti umani

I giudici hanno stabilito che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”. La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30 mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali. Perché l’Italia non ha fatto abbastanza per proteggere Elizaveta e i suoi figli (la coppia aveva anche una figlia) dalla violenza del marito, anzi: non ha fatto nulla fino all’omicidio. La sentenza racconta le tappe che hanno portato alla decisione di oggi. E che cominciano da quando il marito, alcoolizzato, ha abusato lei per un lungo periodo prima che lei chiedesse l’intervento della polizia, il 2 giugno 2012 perché lui aveva picchiato lei e la figlia. Dopo la denuncia la donna e la figlia sono andate al pronto soccorso ma dopo tre ore di attesa hanno deciso di tornarsene a casa. Da quel momento la sua vita è cambiata ed Elizaveta si era adattata a dormire nello scantinato del suo appartamento. Nell’agosto 2012, dopo una telefonata minacciosa del marito ha deciso di scappare dalla casa. Quando è tornata ha trovato la porta della cantina rotta e il marito che con un coltello la voleva obbligare ad avere rapporti sessuali con i suoi amici. Lei è scappata e ha chiamato la polizia ma una volta arrivati i poliziotti non hanno creduto al racconto della donna e hanno solo multato l’uomo per il possesso del coltello. I medici che l’hanno curata hanno trovato una lesione alla testa, abrasioni multiple sul corpo e un livido sul petto. In ospedale un assistente sociale ha trovato un posto ad Elizaveta in un’associazione che protegge le donne vittime di violenza.

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Via Twitter.com

Quelle denunce cadute nel vuoto prima dell’omicidio

Il 5 settembre del 2012 la donna ha presentato una denuncia per lesioni, abusi e minacce chiedendo di adottare misure urgenti per proteggere lei e i suoi figli. Elizaveta è stata ospitata per tre mesi dall’associazione ma poi il presidente ha dovuto metterla alla porta per l’assenza di fondi: lei si è trovata un lavoro come badante. Intanto il pubblico ministero che si occupava del caso ha messo per iscritto che nessuna indagine era stata compiuta per accertare i fatti dopo la denuncia: sette mesi dopo viene finalmente sentito Andrej Talpis che ha negato tutte le accuse; anche la moglie, però, ha ritrattato le accuse per la pressione psicologica del marito; a quel punto il procuratore ha ritirato le accuse di abusi e minacce e ha portato in tribunale l’uomo per lesioni personali, ottenendo una condanna a duemila euro di multa nel 2015. Il 25 novembre Elizaveta chiama di nuovo la polizia in seguito ad un nuovo diverbio con il marito. Al loro arrivo gli agenti hanno trovato la porta della camera da letto sfondata, il pavimento disseminato da bottiglie di alcolici la cui presenza la donna ha spiegato che il marito era sotto gli effetti dell’alcol e di aver chiesto aiuto perché riteneva necessario l’intervento di un medico. Elizaveta ha spiegato che di aver già presentato una denuncia in passato ma di aver cambiato successivamente le accuse mentre il figlio della coppia aveva dichiarato in quell’occasione che il padre non era violento verso la donna; né il figlio né Elizaveta avevano segni di violenza sul corpo. Talpis è stato quindi ricoverato in ospedale in stato di ubriachezza ma nella notte – ancora ubriaco – ha lasciato il Pronto Soccorso. Quando la Polizia lo ha fermato di nuovo erano le 2 e 25 del mattino e l’uomo era ancora ubriaco al punto di non riuscire a reggersi in piedi. La Polizia dopo aver fatto il verbale però lo ha lasciato andare. Alle cinque del mattino del 26 novembre 2013 Andrej Talpis torna a casa con un coltello da cucina con una lama da 12 centimetri in mano e l’intenzione di aggredire Elizaveta. Il figlio, che si era frapposto tra i due nel tentare di fermare la furia omicida del padre, ricevendo tre coltellate e morendo sul colpo. Elizaveta a quel punto tenta la fuga ma il marito riesce a raggiungerla in strada colpendola con diverse coltellate al petto. La sentenza di condanna all’ergastolo per omicidio volontario è stata pronunciata l’8 gennaio 2015, Talpis aveva chiesto di essere processato con il rito abbreviato e il GUP del tribinale Udine, Emanuele Lazzàro, ha riconosciuto ad Elizaveta un risarcimento danni di 400 mila euro. Il giudice ha inoltre riconosciuto la condotta violenta dell’uomo ricostruendo quattro precedenti episodi di violenza e come la donna e il figlio vivessero in un clima di violenza spiegando che i fatti della notte del 25 novembre 2013 sono stati causati proprio dalla volontà della donna di allontanarsi dal marito violento.

Per sette mesi le autorità non hanno fatto nulla per proteggere Elizaveta

Nel ricorso presentato alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo Elizaveta e i suoi legali hanno sostenuto che lo Stato italiano non ha agito in modo da tutelare la sicurezza della donna e del figlio di fatto tollerando le violenze di Talpis nei confronti della moglie. Anche le denunce sporte dalla donna si sono dimostrate inefficaci perché in seguito a quella del 5 settembre del 2012 la donna è stata chiamata a testimoniare solo nell’aprile del 2013 e che durante tutti quei mesi gli inquirenti non hanno indagato sulla vicenda. Responsabilità vengono addossate anche al Comune di Udine che – pur essendo a conoscenza della drammatica situazione familiare – secondo Elizaveta si sarebbe rifiutato di valutare l’inserimento della donna in una comunità protetta per vittime di violenze domestiche. Il Governo italiano si è difeso spiegando che non c’erano elementi concreti per stabilire che la donna e il figlio erano in pericolo e che la loro vita era minacciata. Gli avvocati dello Stato hanno anche spiegato che in seguito ai due episodi di violenza di giugno e agosto 2012, Elizaveta aveva cercato rifugio in un centro di assistenza alle vittime e aveva poi trovato un lavoro che le garantiva l’indipendenza finanziaria dal marito. Centro che secondo gli avvocati dell’Italia aveva però successivamente abbandonato facendo ritorno a casa del marito. Inoltre secondo gli avvocati dello Stato il tempo trascorso tra la denuncia del 2012 e l’audizione della vittima non ha influito nel cambiare l’atteggiamento dell’omicida mentre Elizaveta sostiene di aver cambiato la sua testimonianza anche in seguito alle pressioni psicologiche subite in quell’arco di tempo. I giudici hanno riconosciuto le ragioni della donna spiegando che è stata proprio l’inerzia delle autorità italiane a creare i presupposti perché Andrej Talpis continuasse nella sua escalation di violenza. Si tratta della prima condanna del genere per l’Italia per un episodio di violenza domestica.
 
Foto copertina via Facebook.com