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La Cascina: la Coop di Comunione e Liberazione nell'inchiesta Mafia Capitale

Massimo_Carminati

Delle perquisizioni messe in moto dai magistrati oggi nell’ambito di Mafia Capitale, una riguarda la cooperativa “La Cascina“, vicina al mondo cattolico e più precisamente a Comunione e Liberazione. La Cascina gestisce tra l’altro il Cara di Mineo, in Sicilia. La perquisizione rientra nel quadro degli accertamenti sulla gestione degli appalti per i rifugiati. La Cascina è l’azienda che la Compagnia delle Opere ha identificato per presidiare il settore delle mense, della ristorazione collettiva, dei Centri di Identificazione ed Espulsione, delle carceri, della fornitura di pasti a mense universitarie, ma anche per pizzerie e bar. Un gigante che oggi dà lavoro a 6.000 dipendenti e produce 30 milioni di pasti l’anno.
 
LA CASCINA: PLURIMI EPISODI DI CORRUZIONE E TURBATIVA D’ASTA
Secondo il GIP i manager della cooperativa ‘La Cascina’ Hanno commesso “plurimi episodi di corruzione e turbativa d’asta” dal 2011 al 2014, mostrando così una “spiccata attitudine a delinquere” per ottenere vantaggi economici. I manager accusati sono: Domenico Cammissa, Salvatore Menolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara. Per Ferrara è stato disposto il carcere, mentre nei confronti degli altri tre sono scattati i domiciliari. Si legge nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Flavia Costantini nell’ambito dell’inchiesta su ‘Mafia capitale’: “Gli esponenti del gruppo La Cascina (coop attiva, dal 2012, anche nel settore dei servizi per l’immigrazione, e oggetto questa mattina di perquisizione da parte dei carabinieri del Ros) avevano promesso a Luca Odevaine una retribuzione fissa mensile, concordata prima in 10mila euro al mese e poi aumentata a 20mila euro e commisurata al numero di immigrati ospitati dai centri gestiti dal gruppo”. E’ quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Flavia Costantini nell’ambito dell’inchiesta su Mafia capitale. La cifra – spiega il Gip – è il “prezzo per lo stabile asservimento della sua funzione di pubblico ufficiale componente del Tavolo di Coordinamento sull’immigrazione istituito presso il ministero degli Interni” e “per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio come componente delle commissioni di aggiudicazione delle gare indette per la gestione dei servizi presso il Cara di Mineo”. L’effettiva, periodica consegna delle somme pattuite, sarebbe confermata dalle intercettazioni ambientali e, “con certezza”, in “almeno cinque episodi”, dalle indagini tecniche.
 
LUCA ODEVAINE: IL COLLEGAMENTO TRA LA CASCINA E IL VIMINALE
E sarebbe stato Luca Odevaine il ‘raccordo’ tra la cooperativa La Cascina e il Viminale. Lo stesso appartenente al Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale lo spiega ai manager de La Cascina nel corso di diverse intercettazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare del gip di Roma. Nel capitolo dedicato ai rapporti tra Odevaine ed i manager, il gip sottolinea che è stato lo stesso indagato, in dichiarazioni spontanee ai magistrati, a parlare di questo ruolo, sostenendo che in realtà il Tavolo aveva solo una funzione politica. “Non aveva nessun potere – ha messo a verbale Odevaine – nell’attivare Centri o spostare immigrati da un centro all’altro, semplicemente dettava le linee generali della politica”. Scelte che invece spettavano al Viminale. Ed in questo quadro, ha aggiunto, “quello che facevo io …era di facilitare il Ministero da una parte nella ricerca degli immobili che potessero essere messi a disposizione per l’emergenza abitativa”. Insomma il suo era un ruolo di “facilitatore dei rapporti con la pubblica amministrazione…in ragione delle mie conoscenze maturate nel tempo”. Nelle conversazioni con i manager della cooperativa, però, Odevaine è più chiaro. Il mio compito, spiega infatti ad un dipendente de La Cascina, “non è tanto stare direttamente dentro ai Centri…il lavoro che gli faccio è di collegamento con il ministero dell’Interno soprattutto per trovare…poi…la possibilità di implementare il lavoro…e facciamo accordi sugli utili in genere…insomma ci si dividono un po’ gli utili”. Ad un suo collaboratore racconta invece cosa ha detto ai manager della cooperativa: “vi dico sinceramente… c’ho richieste da parte del ministero di apertura di altri centri e li sto dando ai vostri concorrenti”.
 
LA CORRUZIONE DEL CONSIGLIERE
In più, il clan di Carminati e Buzzi avrebbe garantito mille euro al mese e un posto di lavoro per un conoscente al consigliere comunale Massimo Caprari del Centro democratico, della maggioranza del sindaco Ignazio Marino. E’ quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare emessa a suo carico dal gip Flavia Costantini. Il consigliere, in cambio, avrebbe assicurato all’organizzazione “il suo voto favorevole al riconoscimento del debito fuori bilancio per l’anno 2014”. In un colloquio intercettato tra Buzzi e il vicepresidente della cooperativa “La Cascina”, Francesco Ferrara, il braccio destro di Carminati afferma: “te l’ho detto, Caprari è venuto da me: voleva tre posti di lavoro”. Buzzi, scrive il gip nel provvedimento, riferiva a Ferrara che, per accogliere le sue richieste, Caprari si era rivolto a lui chiedendogli in cambio l’assunzione di tre persone, che poi era stata ridotta a una sola al che il rappresentante de La Cascina replicava dicendo che un posto di lavoro equivaleva a circa 30.000 euro l’anno”. Concluso l’accordo e assunta la persona indicata da Caprari, lo stesso Buzzi, intercettato, avrebbe poi commentato “quello di Caprari l’ho preso per tre mesi, in tre mesi la mucca deve mangiare in tre mesi”.