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ISIS, L'Italia e la guerra in Libia prossima ventura

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«Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma… in Libia»: questo è il messaggio del nuovo video dell’Isis in cui viene mostrata la decapitazione di 21 copti egiziani in Tripolitania, sulle rive del Mediterraneo. Il filmato ha le caratteristiche di quelli realizzati in Siria: i miliziani vestiti di nero, le vittime con la tuta arancione. Unica differenza: in questo filmato viene mostrato lo sgozzamento, cosa che non succede con gli occidentali. Poi la telecamera si abbassa a pelo d’acqua, guarda verso l’Italia e mostra il sangue che scorre verso nord. «Conquisteremo Roma con la volontà di Dio, questa è la promessa del nostro Profeta», minaccia il killer.
 
ISIS, L’ITALIA E LA GUERRA IN LIBIA
Una situazione che è figlia degli ultimi sconvolgimenti tra Tripoli e Bengasi. Dalla morte di Gheddafi la Libia è stata gestita da governi di transizione incapaci di fermare divisioni e scontri, soprattutto armati, tra le diverse fazioni paramilitari. Uno degli atti più evidenti dell’avanzata islamista risale al settembre 2012, quando i miliziani di Ansar al-Sharia hanno assaltato il consolato Usa a Bengasi, uccidendo l’ambasciatore Chris Stevens e
altri tre americani. Nell’ottobre 2013 il primo ministro Ali Zeidan viene rapito per alcune ore da uomini armati a Tripoli. A novembre 9 persone sono state uccise a Bengasi negli scontri con gli islamisti. A luglio 2014 vengono chiuse quasi tutte le ambasciate e il personale delle Nazioni Unite viene fatto evacuare. Ansar al-Sharia (affiliata allo Stato Islamico) prende il controllo di quasi tutta Bengasi. A ottobre quelli che diventano ormai esponenti anche dello Stato Islamico prendono il controllo del porto di Derna, nell’Est del Paese. In questa infografica di Repubblica vediamo le fazioni in guerra in Libia:

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La galassia delle milizie in Libia (Repubblica, 16 febbraio 2015)

Paolo Valentino sul Corriere della Sera spiega come si sta preparando l’intervento in Libia:

Finora, ogni ipotesi di forza multinazionale su mandato delle Nazioni Unite è stata subordinata proprio all’avvio di vero dialogo fra le parti. E anche se l’offensiva dell’Isis e i suoi successi sul terreno pongono un’urgenza ulteriore e drammatica, il governo italiano non intende rovesciare questo nesso: «Calma e gesso — dice Renzi —, priorità non significa fretta, ma kairós, momento opportuno per costruire a livello diplomatico e in ambito Onu condizioni minime di vivibilità e praticabilità». Per esempio non bisogna mescolare, così il premier, l’immigrazione con il terrorismo e l’estremismo.
Renzi non ha un compito facile nel tentativo di concentrare l’attenzione sulla crisi libica di un Occidente se non distratto, sicuramente impegnato su troppi fronti contemporaneamente,dall’Ucraina al Medio Oriente. Nell’idea di Palazzo Chigi, bisognerebbe creare le condizioni politiche di un intervento multinazionale entro l’inizio della primavera. Una mano indiretta potrebbe darla l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, Federica Mogherini, attraverso la convocazione di un Consiglio dei ministri degli Esteri appositamente dedicato alla crisi libica, sul modello di quanto fu fatto il mese scorso dopo il bombardamento di Mariupol da parte delle truppe separatiste filorusse.

La discesa in campo dell’Italia è una delle ipotesi in gioco:

In ogni caso, le parole del premier confermano che l’Italia è pronta a far parte e se del caso a guidare una forza multinazionale di pace, a condizione che sia autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ieri, fonti del ministero della Difesa hanno chiarito il senso delle dichiarazioni di Roberta Pinotti, il cui riferimento a 5 mila uomini riguardava il precedente afghano, ma non voleva costituire alcuna indicazione sulla portata di un eventuale impegno italiano in Libia. Renzi comunque incassa la disponibilità delle opposizioni a un eventuale coinvolgimento militare del nostro Paese nella vicenda libica.
Quella di Silvio Berlusconi, il quale ricorda come «Forza Italia in questi vent’anni, sia al governo che all’opposizione, non ha mai rinunciato ad assumersi le proprie responsabilità» e definisce la missione internazionale, «sebbene ultima risorsa, opzione da prendere in seria considerazione per ristabilire ordine e pace». E quella di Sel, per bocca del capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, secondo cui «in una fase successiva al negoziato dell’Onu si può immaginare e sostenere una missione di peacekeeping e ricostruzione della statualità».

LA GUERRA DI LIBIA
La Casa Bianca afferma, in una nota diffusa oggi, che «l’odioso atto» (l’esecuzione di cittadini egiziani da parte di affiliati all’Isis) «sottolinea ancora una volta l’urgente necessità per una soluzione politica al conflitto in Libia». Il proseguire del conflitto in Libia, si legge ancora nella nota della Casa Bianca, va solo a beneficio dei gruppi terroristici, compreso l’Isis. Facciamo appello ai libici affinché respingano con forza questo e altri altri atti terroristici, mostrandosi uniti contro questa minaccia condivisa e crescente. Continuamo – si legge inoltre – a sostenere gli sforzi del rappresentante speciale per il segretario generale dell’Onu, Bernardino Leon, per facilitare la formazione di un governo di unita’ e aiutare al perseguimento di una soluzione politica in Libia. Angelino Alfano, intervistato da Repubblica, parla esplicitamente di mandato ONU per l’Italia:

«Vogliamo restare nel quadro delle Nazioni Unite, alle quali chiediamo di comprendere che la Libia è una vera e propria priorità. La situazione è di tale urgenza che è superfluo dare i tempi, bisogna farlo subito. Ad esempio, quanto successo oggi alla nostra motovedetta avvicinata da una barcone con quattro persone armate di kalashnikov è la prova di quanto spregiudicata, inumana e criminale sia l’azione della più macabra agenzia viaggi del mondo, quella dei trafficanti di esseri umani».
È preoccupato per le minacce dell’Is al ministro Gentiloni?
«Abbiamo deciso di elevare al massimo la sua protezione».
Vista la situazione sul terreno si può dire che andremo a fare la guerra: l’Italia è pronta?
«Non entro nei dettagli che competono al Parlamento e ad altri colleghi di governo, ma a Washington ribadirò che la lotta al terrorismo interno parte dallo spegnere i fuochi che divampano nell’altra sponda del Mediterraneo:non si può perdere un solo minuto».
Che tipo di missione immaginate? Chiederete anche un ombrello Nato?
«La cosa essenziale è trovare tutte le formule perché ci sia una copertura internazionale, non può trattarsi di un gruppo di volenterosi perché sarebbe la prova che non tutti hanno capito che la questione libica è strategica per il futuro dell’Occidente».

Mentre Nicola Latorre e Simona Bonafé, intervistati dal Corriere, hanno opinioni diverse. Il primo parla di azione di peacekeeping:

«Credo che il “pronti a combattere” di Gentiloni sia stato male interpretato. E che il “pronti a inviare 5 mila militari” della Pinotti abbia prestato il fianco a interpretazioni che lei stessa ha giustamente corretto».
Parlando di missione internazionale,ma comunque militare.
«Non dobbiamo dimenticare che quando parliamo di missione internazionale non stiamo parlando di guerra,ma di “State building”. In particolare in questo caso in cui lo Stato è tutto da costruire. Noi dobbiamo certamente già essere pronti a una missione militare che date le condizioni del Paese sarà di peace enforcing. Ma non ha senso annunciarla ora. Quando sarà il momento si farà».
Ma non è tardi per una soluzione diplomatica?
«Tardi o presto il tentativo va fatto. E,certamente, concluso nel giro di poco».

La seconda sostiene che il peacekeeping è inutile:

«È ora di aprire gli occhi. In Libia non può esserci un’operazione di peace-keeping. Semplicemente perché la peace, la pace, da mantenere non c’è. Sono sulla stessa linea dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti. Si deve intervenire, sempre con la copertura Onu, ma con la forza».
Quindi con un intervento militare?
«In Libia c’è una situazione di anarchia totale. Dove di fatto sono avanzate le forze dell’Isis. Lì la pace occorre portarla. E non può essere che con un intervento di peace-enforcing. Sempre nell’ambito di una iniziativa Onu».
Questo atteggiamento non ci espone a ritorsioni?
«L’alternativa qual è? Per noi la Libia non è solo un problema di sicurezza, ma anche di emergenza immigrazione. Se non si risolve quel conflitto è inutile dibattere di Triton o di Mare Nostrum. Perché i profughi e gli immigrati in fuga saranno sempre più numerosi».