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Il caso di Luciano Ponzetto: un veterinario può andare a caccia?

walter palmer

Stanno facendo molto rumore le foto di Luciano Ponzetto, veterinario di Caluso in provincia di Torino, che si è fatto una foto assieme ad un leone appena ucciso durante una battuta di caccia. Come era accaduto nel caso di Walter James Palmer e del leonde Cecil, ucciso in Tanzania il Popolo della Rete™ non si è fatto pregare ed è partita la caccia all’uomo, con tanto di insulti, minacce e tutto quando la fantasia umana può partorire picchiettando ossessivamente sulla tastiera. A “scandalizzare” maggiormente è appunto il fatto che Ponzetto è un veterinario, che nella visione patapuffolosa della ggente è colui che si occupa di salvare gli animali, magari mettendoseli sotto la giacca.
 
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Il Walter Palmer italiano?

Le cose però stanno diversamente, perché ad un veterinario – codice deontologico alla mano – non è impedito di praticare la caccia a patto che questa venga esercitata nel rispetto delle normative e delle leggi del paese. Come sottolinea lo stesso Ponzetto in un comunicato diffuso dopo che la foto (scattata quattro anni fa) ha preso a circolare sui social network: «La professione di veterinario non è incompatibile, né sotto il profilo deontologico né sotto quello morale, con attività di caccia o safari, praticate nel rispetto delle vigenti leggi, ove esse possono essere svolte». Si può quindi eventualmente discutere dell’opportunità per un veterinario di diffondere certe foto (le ha postate Ponzetto in un gruppo di appassionati di safari) ma non della liceità delle sue azioni.


Naturalmente ora in molti invitano a non portare più i propri animali da Ponzetto, perché un veterinario che uccide gli animali non è un vero amante degli animali e soprattutto non sarà in grado di curare i nostri piccoli amici. Questo però non c’entra nulla perché il fatto che il Dottor Ponzetto prenda parte a delle battute di caccia nulla ci dice riguardo la sua professionalità.

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Sono più o meno tutti così, niente di speciale

Il problema dei safari, in breve

Per quanto si possa essere contrari alla caccia bisogna però tenere presente che il leone non è una specie animale a rischio d’estinzione ma viene considerata una specie “vulnerabile”, ovvero in pericolo ma non immediatamente a rischio d’estinzione anche se non c’è dubbio che i numeri degli esemplari siano in netto declino. Il ruolo della caccia e dei safari è molto complesso da definire e non si può dire che “faccia bene” alla popolazione di leoni africani. Se in certi paesi dove è praticata ha avuto un limitato effetto positivo (ad esempio in alcune aree dello Zimbabwe) in altri pare essere direttamente correlato al declino della popolazione di leoni. C’è però chi sostiene che nei paesi dove la caccia è stata vietata si sia assistito ad una diminuzione della fauna selvatica complessiva perché i leoni e gli altri animali, fuori dalle riserve sono visti come un problema (o una fonte di cibo) e quindi vengono eliminati o avvelenati in modo indiscriminato. Se da una parte la caccia può servire a tenere sotto controllo la biodiversità deve essere considerato anche un aspetto fondamentale che consente di mantenere aperta la possibilità di cacciare gli animali da trofeo: ovvero l’impatto economico dell’industria dei safari. Come spiegava Craig Paker in un’intervista al Guardian, i cacciatori sono sì un problema ma sono anche parte della soluzione per la conservazione della specie, come capita spesso è un discorso di equilibrio:

Trophy hunting is not inherently damaging to lion populations, provided the hunters take care to let the males mature and wait to harvest them after their cubs are safely reared. The dentist was unlucky and not altogether to blame. Trophy hunters are no angels but they actually control four times as much lion habitat in Africa than is protected in national parks; and 80% of the world’s lions left in the world are in the hunters’ hands.

Il problema non è la caccia in sé, perché in alcune aree del Mondo viene usata in modo efficiente per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema, il problema è come viene gestita la caccia in Africa, dove i soldi pagati dai cacciatori (pare che Palmer abbia pagato 50.000 dollari per poter abbattere Cecil) sono troppo pochi e non vengono reinvestiti per la protezione di tutto l’ecosistema. E dobbiamo ricordare che in molti paesi africani le tasse non sono in grado di coprire i costi per il mantenimento dei parchi. Quindi se da un lato è vero che l’industria del safari esagera il suo contributo nel “difendere le specie” è anche vero che non si può – in un certo senso – fare a meno dei soldi dei cacciatori di trofei ammesso e non concesso che una parte consistente del “fee” pagato per cacciare venga devoluta ai fondi che si occupano di conservazione dell’ambiente.