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I super batteri resistenti agli antibiotici

Potrebbe costare la vita fino a 80 mila persone la diffusione di una nuova generazione di batteri resistenti agli antibiotici: emerge da un rapporto del governo britannico che per la prima volta rivelano le stime delle possibili vittime dell’infezione. La prospettiva viene presa seriamente dal governo britannico, con il primo ministro David Cameron che teme “un ritorno agli anni bui della medicina”. Il rapporto sui batteri resistenti agli antibiotici in uso è stato elaborato dal Dipartimento per la gestione delle emergenze nazionali di Downing Street, sostanzialmente equivalente a dipartimento per la Protezione Civile di Palazzo Chigi. Considera “un problema molto serio” per il Regno Unito i batteri resistenti agli antibiotici, sottolineando che “senza farmaci efficaci anche le più semplici operazioni potranno essere a rischio fatale”. Tra i batteri più insidiosi, la E.coli, la Klebsiella pneumoniae e lo Staphylococcus aureus.
 
I SUPER BATTERI RESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI
La Klebsiella pneumoniae è stata considerata responsabile della morte di sedici persone in un ospedale di Manchester secondo un report rilasciato un mese fa. I dati rilasciati in base al Freedom of Information Act raccontano che 1241 pazienti sono stati colpiti al Manchester University Hospital dal 2009 al 2013, con numeri crescenti ogni anno. Sessantadue pazienti hanno subito un’intossicazione del sangue – con 14 morti entro i 30 giorni dall’inizio dell’infezione. Altre due morti sono state confermate quest’anno. La Klebsiella vive nell’intestino dei portatori ma provoca infezioni a livello dei polmoni e delle vie urinarie, da dove può dare origine a gravi setticemie.

Da alcuni anni, così come altri germi purtroppo sempre più diffusi negli ospedali e sul territorio, molte klebsielle hanno imparato a difendersi dalla maggior parte degli antibiotici di uso comune. Ma quel che spaventa di più è che negli ultimi tre anni è passata dal 15 al 27 per cento la quota di quelli che non rispondono nemmeno ai farmaci considerati “l’ultima spiaggia”.
«La percentuale di klebsielle resistenti a molti antibiotici è andata costantemente crescendo in più di un terzo dei Paesi europei negli ultimi quattro anni – ha dichiarato Dominique Monnet, coordinatore del settore “Resistenza agli antimicrobici e infezioni associate all’assistenza sanitaria” del Centro europeo per il controllo delle malattie -. In alcune zone, ormai, più del 60 per cento dei ceppi di klebsiella isolati dal sangue non rispondono alle cure abituali». Per curare questi malati non resta altro una categoria di antibiotici, detti carbapenemi, usati come ultima risorsa esclusivamente negli ospedali.

E anche in Italia il fenomeno si stima in crescita:

Nel 2009 in Italia questi superbatteri resistenti a tutto erano meno del 5 per cento di tutte le klebsielle isolate in corso di infezioni invasive, in cui cioè il batterio dalle vie aeree o urinarie era passato nel sangue. «L’anno successivo in Italia la percentuale era già salita al 15 per cento e nel 2011 ha raggiunto la preoccupante quota del 27 per cento: in questi casi i medici non possono fare nulla, se non provare con antibiotici andati in disuso a causa della loro tossicità» ha precisato Monnet, parlando in occasione dell’European Antibiotic Awareness Day del 18 novembre.
L’impotenza della medicina si traduce in questi casi in altissimi tassi di mortalità, che vanno dal 50 al 70 per cento dei casi. Già l’anno scorso si era lanciato l’allarme, ma ora la situazione rischia davvero di sfuggire di mano, vista la velocità vertiginosa con cui i germi resistenti a tutto si stanno diffondendo nelle corsie degli ospedali e nelle case di riposo per gli anziani: «Abbiamo il polso continuo dell’emergenza dai dati che affluiscono alla rete Micronet, un sistema di sorveglianza che coinvolge vari laboratori di diversi ospedali italiani – precisa la ricercatrice italiana -. Da quelli provenienti da 14 centri possiamo dire che nei primi mesi del 2012 la crescita è continuata e la quota di klebsielle resistenti a tutto nel sangue dei pazienti ha già superato il 29 per cento. Se poi, invece di considerare solo quelli isolati a livello ematico, si va a vedere quanti sono i ceppi resistenti nelle vie aeree, si è passati da poco più del 5 per cento del 2009 al 38,5 del 2012». Un dato che potrebbe essere addirittura sottostimato considerato che la maggior parte dei centri inclusi nell’analisi si trovano al nord, mentre le resistenze tendono a essere più frequenti al sud.

L’EPIDEMIA E I RISCHI
Fabrizio Pregliasco, ricercatore del dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Milano, commenta con l’ANSA i numeri del rapporto britannico: «Il rapporto Gb non è nulla di nuovo, è una puntualizzazione su una proiezione forse pessimistica ma possibile, che va rilanciata sia nell’ottica di nuove ricerche e nuovi finanziamenti che anche in quella della promozione di una corretta prescrizione degli antibiotici e di un corretto utilizzo degli stessi da parte dei cittadini. Se non si segue la terapia per tutto il tempo previsto o vengono assunti saltuariamente si fa il gioco del batterio, che in qualche modo rialza la testa». Un rapporto dell’European Center for Diseases Control (Ecdc) del dicembre scorso ha bocciato l’Italia nell’uso corretto degli antibiotici: il nostro Paese ha il non invidiabile primato di essere nella fascia con la più alta percentuale di resistenza praticamente per tutti i batteri. Per il batterio Klebsiella Pneumoniae, tipico delle infezioni ospedaliere, la cui resistenza ai carbapenemi, l’ultima ‘trincea’ contro le infezioni, è quasi raddoppiata in media in Europa passando dal 4,6 all’8,3%, mentre nel nostro Paese è tra il 25 e il 50%. La resistenza alla terza generazione di cefalosporine, sempre per la Klebsiella, ci vede nella fascia peggiore, quella tra il 25 e il 50%. Stesso discorso vale per Escherichia Coli e Acinobacter, due dei batteri che causano più comunemente infezioni, mentre anche per lo Stafilococco Aureo resistente alla Meticillina (Mrsa), l’Italia vede percentuali da primato europeo, fra il 25% e il 50%”.
Foto copertina da Wikipedia