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Gli arresti in Vaticano per nascondere i soldi sporchi

La caccia del Vaticano a chi ha diffuso informazioni sulle sue finanze non si ferma. Sei mesi fa qualcuno ha violato il computer di Libero Milone, 67 anni, Revisore generale della Santa Sede. Sarebbero stati trafugati testi sulle revisioni contabili e sulla riorganizzazione dei dicasteri. I documenti sarebbero in parte finiti nei due libri sul Vaticano in uscita domani. Ma altri potrebbero aver preso altre strade e portare a nuovi sviluppi nell’inchiesta sulla fuga di notizie.  La gendarmeria vaticana sta analizzando il computer e il cellulare di Monsignor Lucio Angel Vallejo Balda (uno dei presunti «corvi») per ricostruire la sua rete di contatti. Una delle ipotesi è che alcuni dei documenti trafugati riguardino i titolari segreti di alcuni conti dello IOR e i movimenti di denaro effettuati anche per sfuggire ai controlli. Milone è importante per il ruolo che occupa: è stato scelto da Monsignor Pell nell’incarico che avrebbe voluto Vallejo Balda, il monsignore al centro dell’inchiesta in Vaticano.

Gli arresti in Vaticano per nascondere i soldi sporchi

Quindi il Vaticano ha agito sì in concomitanza con l’uscita dei libri di Emiliano Fittipaldi (“Avarizia”) e Gianluigi Nuzzi (“Via Crucis”), ma anche mosso dal sospetto che i leaks non fossero finiti. E se davvero le altre informazioni trafugate riguardano i conti dello IOR, dal bubbone potrebbe uscire di tutto. Se esplodesse. Perché a questo punto la strategia del Vaticano è chiara: vuole fermare la circolazione delle informazioni sulle finanze e sui soldi nella Santa Sede. E viste le anticipazioni su dati, fatti, persone e numeri se ne capisce bene il motivo. Scrive oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere:

Lo Ior rimane lo snodo cruciale di questa nuova indagine sui «corvi» del Vaticano perché, nonostante gli impegni per una collaborazione reale con la magistratura italiana, molte reticenze hanno segnato il rapporto con i pubblici ministeri titolari di inchieste che hanno riguardato conti aperti presso l’Istituto o comunque depositi collegati in altri istituiti di credito, prima fra tutti Deutsche Bank. E questo avvalora il sospetto che la nuova fuga di notizie possa in realtà riguardare anche l’identità dei titolari, le movimentazioni degli ultimi anni effettuate anche per sfuggire ai controlli. E dunque diventare arma di ricatto visto che si tratta di documenti rimasti riservati.
L’esistenza di questi conti, almeno un centinaio nella maggior parte cifrati proprio per nascondere il nome di chi li ha aperti e gestiti, era stata confermata dai nuovi vertici dello Ior pur con la precisazione che sarebbero stati chiusi entro breve. I titolari sono infatti «laici» ma lo statuto dello Ior vieta che si possano avere clienti non religiosi e, proprio sulla base della trasparenza che avrebbe dovuto caratterizzare il nuovo corso, era stato annunciato un provvedimento di blocco. Non è andata così. Svariati depositi, anche quelli utilizzati per il transito di proventi illeciti come è stato documentato da indagini svolte dall’autorità giudiziaria italiana, sono tuttora attivi. E proprio questo potrebbe aver alimentato l’interesse di chi ha trafugato le carte dal sistema informatico, ma anche dai fascicoli custoditi nell’archivio della Cosea, la Commissione referente per lo studio dei problemi economici e amministrativi, di cui Balda e Chaouqui facevano parte.

Nel frattempo le anticipazioni dei due libri in uscita domani ci fanno capire molto sulle intenzioni di chi ha tirato le fila del gioco di diffusione delle informazioni. A gennaio di quest’anno — scrive Fittipaldi — qualcuno ha inviato al Papa tutte le voci di spesa della neonata Segreteria per l’Economia, che Bergoglio aveva affidato qualche mese prima a George Pell, il cardinale chiamato dall’Australia per raddrizzare usi e abitudini nefaste della Curia. Spiega Fabrizio Caccia sempre sul Corriere:

E il rendiconto pubblicato è da brividi: centinaia di migliaia di euro per voli in business class, vestiti su misura, mobili di pregio, uno stipendio — quello di un consulente strettissimo di Pell, Danny Casey — da 15mila euro netti al mese. Perfino un sottolavello da cucina pagato la bellezza di 4.600 euro. In appena sei mesi di attività, il nuovo dicastero è costato alle finanze vaticane oltre mezzo milione di euro. E ancora: le casse di fondazioni e ospedali usate come bancomat dai prelati. E il Vaticano come «duty free», che continua a vendere benzina e sigarette a prezzi stracciati ai possessori di ben 41 mila tessere d’acquisto regalate in giro, mentre gli aventi diritto dovrebbero essere appena 5 mila. Eppure i saggi del Cosea lo avevano scritto nero su bianco a Bergoglio: «Alcune delle attività commerciali non sono in linea con l’immagine pubblica della Santa Sede e ne danneggiano la missione». Alcuni esempi? «Tabacchi, profumeria, abbigliamento, prodotti elettronici, benzina». Ecco, appunto.

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Cui prodest?

Il gioco del Cui Prodest ci aiuta a capire molto dell’accaduto. Il cardinale Pell è quello che ha preso il posto su cui Vallejo Balda puntava nella gestione dei soldi del Vaticano, Milone è il segretario di Pell e anche il suo posto sarebbe stato concupito dal Monsignore. Le informazioni escono da lì, grazie all’hackeraggio di un computer, e si diffondono su giornali e libri. E alcune sono quantomeno imbarazzanti:

Nel libro «Avarizia» c’è tutto il rapporto degli analisti di Ernst&Young: «Il carburante — scrivono — rappresenta la fonte di guadagno e di margini più importanti. Le pompe di benzina sono due, e il prezzo per i consumatori è del 20 per cento più basso rispetto a quello italiano». Così, su 27 milioni di euro di benzina venduti nel 2012 in Vaticano «il 18 per cento è stato venduto a clienti sconosciuti». In tutto, hanno fatto la fila alla pompa 27 mila persone, «molte più di quelle autorizzate». L’ultima stranezza? Quella dei quattro fondi di carità gestiti dallo Ior. Incrociando le tabelle, Fittipaldi ha scoperto che nel 2013 e nel 2014 il fondo a disposizione della Commissione cardinalizia guidata dal cardinal Santos Abril y Castelló nonostante un saldo in attivo di 425 mila euro non ha stanziato un bel nulla per i bisognosi. Anche il fondo nato per finanziare le «Sante Messe», con un saldo arrivato a 2,7 milioni di euro, ha preferito tenersi i denari in tasca: nel 2014 ai sacerdoti di tutto il mondo è arrivata nel complesso la minuscola cifra di 35 mila euro.

Poi c’è la storia dell’attico. Bertone ha ribadito infatti a Fittipaldi di avere pagato i lavori di persona, mentre il giornalista ha ricostruito che l’onerosa ristrutturazione dell’alloggio (circa 200mila euro) è stata pagata dalla Fondazione Bambino Gesù, come confermato da Giuseppe Profiti che ne è stato il presidente fino allo scorso gennaio. La partita del Vaticano è molto più complessa di come appare dal racconto dell’inchiesta. E l’impressione è che quello che potrebbe uscire metterebbe in gioco la stessa legittimazione dell’istituzione.