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Le firme false a Bologna stanno per scoppiare in mano al M5S

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Stefano Adani e Paolo Pasquino, i due ex attivisti a 5 Stelle di Monzuno che hanno rivelato con un esposto il caso delle firme a Bologna, sono sotto protezione dopo le minacce ricevute. Intanto cominciano a spuntare i primi verbali dell’inchiesta della procura di Bologna e con essi lo scandalo si allarga: dai controlli casuali dei carabinieri risulta ad esempio che un’attivista che si trovava all’estero all’epoca della raccolta si sia ritrovata tra i firmatari della lista, mentre tre uomini non hanno riconosciuto la propria.

Le firme false a Bologna

L’ex attivista del M5s Stefano Adani, uno degli autori dell’esposto sulla raccolta firme per le Regionali del M5s, da cui è nata un’indagine che vede ora quattro persone iscritte sul registro degli indagati, è stato sottoposto dalle autorità ad una sorveglianza leggera, dopo aver ricevuto insulti e minacce su Facebook e telefonate anonime. Sotto la casa dell’uomo, che vive sull’Appennino bolognese, le auto dei carabinieri pattugliano l’area ad intervalli. Giuseppe Baldessarro su Repubblica Bologna racconta i casi di firme disconosciute: una verifica a campione che ha dato esito positivo dopo la denuncia di alcuni militanti e che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati del vice presidente del consiglio comunale di Palazzo D’Accursio Marco Piazza, di Stefano Negroni (suo collaboratore), di Tania Fiorini (candidata alle regionali con il M5S) e Giuseppina Marcino, una militante che non si ricorda più dove ha firmato, ma che ha ammesso di avere anche lei raccolto alcune firme all’interno del suo ufficio (la sede della Città metropolitana ex provincia) e di averle poi consegnate al movimento.

 I carabinieri di Vergato nell’ascoltare decine di testimoni hanno registrato una trentina di casi di persone che hanno realmente firmato di proprio pugno, ma che lo hanno fatto tra il 10 e il 12 ottobre a Roma, in occasione della manifestazione “Italia a 5 Stelle” organizzata al Circo Massimo.Secondo la legge che regolamenta il settore si tratterebbe di un’irregolarità visto che la norma prevede che le firme possano essere raccolte soltanto nella circoscrizione di residenza e alla presenza di un pubblico ufficiale. Non è finita perché, sempre dagli interrogatori, sono emersi casi di gente che ha riconosciuto la propria firma, ma che afferma di «non avere mai sottoscritto per il movimento» e, più in generale, di non avere l’abitudine di «firmare ai banchetti». Anomalie che si completano infine con gli episodi di firme raccolte da singoli militanti. Lo hanno fatto, ad esempio. Fiorini e Maracina che si sono rivolti a colleghi, vicini di casa e amici in assenza di certificatori.

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Firme false a Bologna, il caso in sintesi (La Repubblica Bologna, 26 novembre 2016)

Caterina Giusberti invece ha sentito una militante che ha disconosciuto la propria firma:

Entrambi ricordano bene l’interrogatorio di pochi mesi fa, quando i Carabinieri hanno bussato alla porta. «Sono venuti in casa mia in due — racconta la signora — Io ero a letto malata, per cui mi ricordo che ad aprire la porta è stato mio figlio. Con tutte le truffe che si sentono in giro non mi fidavo che fossero proprio i Carabinieri, così ho telefonato in caserma e mi hanno confermato che era tutto vero. Mi hanno spiegato che era in corso un’indagine sul Movimento 5 Stelle per firme false alle regionali 2014». Dopo qualche giorno, prosegue la signora, «i Carabinieri sono tornati col foglio, mostrandomi la mia firma: era molto simile alla mia, però non era la mia e tra l’altro sotto la mia non c’era la firma di mio figlio».
Particolare che l’ha particolarmente colpita: «Le uniche volte che ho firmato per il Movimento con me c’era mio figlio, perché siamo sempre insieme, ma nel foglio che mi hanno mostrato la sua firma sotto la mia non c’era, neanche nei fogli successivi». Anche le date non coincidevano: «Non era possibile avessi firmato: sono tornata dall’Inghilterra nel marzo del 2015, me lo ricordo perché ho rinnovato il passaporto». Poi c’era la questione della calligrafia. «La lettera “g” — prosegue la signora — io la faccio in maniera molto particolare e la “a” la lascio aperta, e faccio dei tondini sulle “i”, c’erano dei dettagli che non tornavano. Così ho firmato un foglio in cui dicevo: assomiglia molto alla mia firma, ma non è la mia».

La risposta del M5S

Come per Palermo, insomma, le firme false del MoVimento 5 Stelle stanno per scoppiare in mano al partito di Grillo anche a Bologna. Qui a rischiare è Massimo Bugani, che ha per giorni negato qualsiasi coinvolgimento del M5S nel caso e ha accusato gli ex attivisti di aver complottato per una vendetta: particolare smentito dai protagonisti come Andrea Defranceschi ma anche, tutto sommato, irrilevante: quello che conta è l’azione della magistratura, non da cosa sia scaturita. Soprattutto: rispetto a Palermo, dove i fatti risalgono al 2012 e il reato si prescrive nel 2017, qui siamo perfettamente in tempo per arrivare al processo.

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Le firme di Bologna e le foto su Facebook

Tra i circa 150 firmatari sentiti dai carabinieri di Vergato, tanti si sono detti «assolutamente sicuri» che quella fosse la loro firma, ma poi hanno riempito i verbali di «non ricordo» quanto è stato chiesto loro dove avessero firmato e se nelle foto mostrate riconoscessero i certificatori. A quanto pare le poche firme considerate false, perché disconosciute da presunti sottoscrittori, sono state poi autenticate da Negroni. A Piazza viene invece contestato di aver certificato firme apposte in sua assenza.

Leggi sull’argomento: L’indagine sulle presunte firme false del M5S a Bologna