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Draghi blinda il Recovery Plan con i ministri tecnici

Il governo Draghi conta 23 ministri. 15 sono politici e 8 tecnici. Ma a ben guardare i dicasteri chiave, quelli che gestiranno i miliardi del Recovery Plan, sono tutti in quota SuperMario. Una maggioranza di politici. Ma con il trucco

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Il governo Draghi conta 23 ministri. 15 sono politici e 8 tecnici. Ma a ben guardare i dicasteri chiave, quelli che gestiranno i miliardi del Recovery Plan, sono tutti svincolati dalle logiche partitiche e sono stati affidati alla cosiddetta “Quota Draghi”.

Draghi blinda il Recovery Plan con i ministri tecnici

Le priorità dell’ex numero uno della BCE sono note: bisogna rispondere subito all’emergenza sanitaria, economica e sociale. Tutti settori interessati dall’arrivo dei fondi europei. Come era stato annunciato la gestione del Recovery Plan, e la sua revisione, sono affidati a uomini di fiducia di Draghi, in grado di recepire e attuare le direttive del nuovo presidente del Consiglio. Si tratta del sottosegretario alla presidenza Garofoli e del nuovo ministro dell’Economia Daniele Franco, direttore generale di Bankitalia e ex Ragioniere generale, che con il premier ha un forte e antico rapporto personale, e del ministro per la Transizione energetica Roberto Cingolani, il cui nome era stato proposto anche da Grillo, ma viene rivendicato anche da Renzi come uomo della Leopolda. In realtà si tratta unicamente di tecnici che non dovranno fare i conti con i meccanismi politico elettorali per le loro scelte. Franco oltre al dossier Recovery avrà subito un’altro tema urgente da affrontare che tocca direttamente i conti pubblici: il nuovo decreto Ristori, che si avvarrà dello scostamento di 32 miliardi varato le scorse settimane. Casella chiave anche quella occupata da Vittorio Colao, all’Innovazione tecnologica e digitale. Ma anche altri ministeri non direttamente collegati al Recovery sono stati affidati a tecnici: per scuola e università, tra le priorità indicate durante le consultazioni da Mario Draghi, sono stati scelti Patrizio Bianchi e Maria Cristina Messa mentre la Giustizia verrà guidata dall’ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia. Insomma si tratta di un governo con una maggioranza di ministri politici ma con il trucco, come racconta Verderami sul Corriere:

Perché è vero che il governo dell’ex presidente della Bce è più politico che tecnico, che la struttura ministeriale riflette i rapporti di forza in Parlamento, che pare insomma un esercizio di real politik. Ma l’apparenza è un filtro che distorce l’immagine. Basta toglierlo e subito si manifesta il progetto del premier, che fa perno sul triangolo Economia-Transizione ecologica Innovazione digitale. È questo il core business del nuovo esecutivo, il nucleo che sarà chiamato a gestire i piani per l’Italia che verrà, a partire dai fondi europei del Recovery plan. Non a caso Draghi considera i ministri scelti per questa operazione tre personalità di grande spessore peri tre dicasteri «cruciali». Ecco la cassaforte attorno a cui è stato costruito il resto della squadra, che il neo presidente del Consiglio ritiene equilibrata e capace di porter lavorare in tranquillità.

Su altri dicasteri invece è stata decisiva l’azione di Mattarella. In primis su quelli dell’Interno e della Difesa, che hanno visto la riconferma rispettivamente di Luciana Lamorgese e Lorenzo Guerini, racconta Marzio Breda:

Su due dicasteri in particolare il presidente della Repubblica ha insistito per garantire «continuità»: con Guerini alla Difesa (il capo dello Stato è anche capo delle Forze armate) e con Lamorgese all’Interno (sovrintendere alla sicurezza confina con le sue prerogative). Tuttavia si possono considerare in «quota Quirinale» pure la Cartabia alla Giustizia (perché lui, presiedendo il Csm, è il primo magistrato d’Italia) e gli Esteri. Ministero delicato, la Farnesina, dove Di Maio si è fatto le ossa nell’ultimo anno e senza produrre strappi rispetto alla strategia di rappresentanza dell’Italia. Nessuna obiezione a riconfermarlo.

Non c’è solo il nome di Di Maio tra quelli che, a sorpresa, vengono indicati dai giornali come quelli suggeriti dal Capo dello Stato per garantire continuità di azione. Secondo il Fatto anche la riconferma di Speranza è da ricondursi al presidente della Repubblica:

Non c’è un ministro per gli Affari europei: segno evidente che i rapporti con Bruxelles se li gestirà direttamente il premier. Ma tecnici sono in posti nevralgici come la Giustizia, con Marta Cartabia (vicina al presidente della Repubblica), il Mit, con Enrico Giovannini, l’Università e l’Istruzione con due Rettori, Patrizio Bianchi e Cristina Messa. E poi, il Viminale che resta a Luciana Lamorgese. La sua riconferma è stata chiesta dallo stesso Mattarella. Così come quella del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Il Colle aveva allungato il suo ombrello protettivo anche su altre riconferme, che però sono state chieste dai partiti: Roberto Speranza (LeU), Luigi Di Maio (Esteri), Dario Franceschini (Cultura ) .

Insomma se si fanno due conti, tra i politici che si possono escludere dalla “quota Mattarella”, solo Giorgetti e pochi altri gestiranno un ministero di peso. Se al Dem Orlando è stato affidato il Lavoro, Forza Italia si porta a casa sì tre poltrone, ma tutte senza portafoglio, così come le altre occupate dalla Lega: Brunetta alla Pubblica amministrazione, Gelmini agli Affari regionali e Mara Carfagna al Sud, mentre gli altri nomi per il Carroccio sono quelli di Massimo Garavaglia per il Turismo e di Erika Stefani alle Politiche per la Disabilità. Stessa situazione per Italia Viva che riprende le redini delle Pari Opportunità con Elena Bonetti. E infine i 5 Stelle, a parte Di Maio, hanno altri tre ministeri ma senza spesa: alle Politiche giovanili Fabiana Dadone, alle Politiche agricole Stefano Patuanelli e ai ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. Se non è un governo dei “due presidenti” questo…