Attualità

Quelli che si indignano per le foto di Doina Matei su Facebook

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Il 26 aprile 2007 Doina Matei uccise Vanessa Russo conficcandole un ombrello in un occhio. Per quel delitto la Matei venne condannata a sedici anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Sono troppo pochi? Meritava la pena di morte? È un problema che – con tutto il rispetto per la vittima e la sua famiglia – non si pone perché è quanto prevede il codice penale. La Matei, che è “colpevole” di essere romena, è stata infatti giudicata da un tribunale italiano. Lo stesso tribunale che giudica anche gli italiani, secondo le leggi vigenti nel nostro Paese.
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Le reazioni della gggente

Dopo nove anni di carcere, in virtù della buona condotta e del pentimento per quanto fatto la Matei ha ottenuto dal tribunale di sorveglianza la concessione del regime di semilibertà. Questo significa che Doina Matei esce dal carcere della Giudecca di Venezia durante il giorno per lavorare in una cooperativa e vi fa ritorno la sera. Anche questa è una misura prevista dal nostro ordinamento. La cosa però come sempre è stata presentata come la storia dell’assassina “già libera” dopo solo nove anni di detenzione. Dal momento che la donna è romena si sono scatenate le solite pagine razziste, sempre pronte a denunciare tutti i crimini degli immigrati. Reazioni del genere, come ad esempio quelle di Simone Di Stefano di  CasaPound non sorprendono poi così tanto, diciamo che sono un atto dovuto da parte di persone che hanno fatto dell’odio verso gli stranieri la loro ragione d’essere.
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Ma la polemica sulla Matei non è nata solo perché ora gode del regime di semilibertà ma perché qualcuno ha trovato il suo profilo Facebook dove la donna (che tra l’altro non utilizzava nemmeno il suo nome reale), invece che postare foto da dietro le sbarre ha postato foto “in giro per Venezia”. Una vergogna perché Doina “doveva scontare tutta la pena e poi scomparire in silenzio“, scrivono su una pagina fascio-gentista. Ma quello che non dicono è che Doina sta effettivamente scontando la pena proprio come previsto dalla legge italiana secondo il quale uno degli obiettivi a cui deve mirare il carcere è la riabilitazione del reo e il suo reinserimento in società.
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Il patetico moralismo di Massimo Gramellini

La notizia del giorno è che in seguito alle polemiche sui social network il magistrato ha deciso di sospendere la semilibertà, perché una delle condizioni per poterla ottenere era che la donna non avrebbe dovuto, si legge sul Corriere della Sera, utilizzare Facebook. Nel pezzo del Corriere, dove la Matei viene definita sbrigativamente e brutalmente “killer” non si fanno alcun problema a pubblicare le foto che tanto scandalo hanno creato. Prima però queste foto non erano di dominio pubblico (ricordate che la Matei nemmeno usa il suo nome su Facebook?) ora grazie all’intervento di uno dei principali quotidiani italiani possiamo stare certi che anche i parenti della vittima le abbiano viste.
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Lo scrive indignatissimo come al solito anche Massimo Gramellini sulla Stampa, che nel Buongiorno di oggi ci spiega che la Matei con la condanna ha anche perso il diritto a mostrare “la sua contentezza al mondo”. Non vuol dire che la donna non abbia il diritto di essere contenta ma le immagini indignano lo stesso perché «se ammazzi una persona, dovresti almeno avere il pudore di tenere per te le tue emozioni gioiose senza ostentarle e tantomeno condividerle con chi patisce ancora le conseguenze del tuo delitto». Il punto è che la Matei queste “emozioni gioiose” non le ha ostentate e tanto meno le ha condivise (nel senso facebookiano del termine) con i parenti di Vanessa Russo. Le foto, a quanto è dato di sapere erano su un profilo Facebook personale, non una pagina fan, un profilo che difficilmente sarebbe stato riconducibile alla Matei se non dopo un po’ di serio lavoro di stalking. Certo, questi sono dati di fatto che non cambiano la sostanza delle cose, ovvero che la Matei ha postato delle sue foto su Facebook, ma nell’ordinanza di revoca della semilibertà (regime del quale la donna gode già da alcuni mesi) non sono indicate le motivazioni della sospensione ed è quanto meno indebito ritenere che la causa sia il fatto che alla Matei fosse stato fatto divieto di fare uso dei social network. Tra l’altro l’avvocato Marazzita spiega che la sospensione avrà effetto fino al momento in cui verrà discussa davanti al giudice e quindi anche questo provvedimento potrebbe essere revocato magari a favore della concessione dell’affidamento in prova.
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Stupisce invece che Gramellini, che l’ultima volta che ho controllato era un giornalista, diventi qui una sorta di giudice supremo, non solo delle “mancanze” della legge italiana ma anche delle modalità con cui una persona, già condannata, debba scontare la pena. Vi immaginate un mondo dove prima di fare qualcosa le persone che stanno in carcere non solo dovranno ottenere l’autorizzazione dal tribunale e dal giudice di sorveglianza per poter ottenere un permesso o la semilibertà ma dove dovranno dimostrare la sincerità del loro pentimento a moralisti come Gramellini? Chissà perché infatti il giornalista della Stampa può scrivere che Doina Matei “continua a infischiarsene degli effetti delle sue azioni”  addirittura sollevando il sospetto che la pena sia stata breve e inutile. Chissà perché Gramellini non fa riferimento al racconto “La ragazza con l’ombrello” scritto dalla Matei assieme a Franca Leosini dove la donna aveva scritto cose come:

Vanessa non aveva vissuto molti giorni felici, tutti gli altri glieli avevo tolti io. È soprattutto la felicità possibile che le ho sottratto che mi logora con tormento maggiore. Ho provato a dire alla madre, ai fratelli di Vanessa, il mio tormento, lo sgomento, il rimorso per quei suoi giorni senza futuro. Ho invocato il perdono. Non ho avuto risposta. Tocca a me, ora, piegarmi a quel loro silenzio. Tocca a me comprendere il rifiuto, il disprezzo anche

Ma forse lo psicogiornalismo di Gramellini sa cose che né la Matei né il giudice che ne ha riconosciuto il pentimento sanno. Forse Gramellini sogna un carcere dal quale non si possa uscire se non flagellandosi pubblicamente le carni. Le uniche parole sensate sull’argomento le ha dette il Senatore PD Luigi Manconi che, in merito alla polemica per le foto della Matei ha scritto:

Sospesa l’applicazione dell’articolo 21 del regolamento penitenziario (che consente, scontata metà della pena, la possibilità di lavoro esterno diurno) per Doina Matei perché – come stigmatizzato da molti – “sorrideva”. Mi chiedo: e, allora, perché non sospendere direttamente l’articolo 27 della Costituzione che, al comma 3, prevede la “rieducazione del condannato”? Ci risparmieremmo, così, tante discussioni oziose, insopportabili pippe garantiste, pruriginosi scrupoli umanitaristici e, soprattutto, l’idea stessa – così tediosa e sdolcinata – del riscatto sociale. Potremmo essere tutti più sereni e “sorridenti”

Non vediamo l’ora di leggere la riforma del Codice Penale scritta da Gramellini, del resto sua è la frase “Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo“.