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«Brutto gay, non guardare il mio ragazzo»

La storia la racconta oggi la Stampa e arriva da Genova: Luca, quarantenne, ha trascorso la serata nel centro storico dove lavora, bevendo qualcosa poco dopo. Alle 3,49 manda un sms alla fidanzata, in cui scrive che di lì a poco sarà a casa poiché è in procinto di prendere il bus. Ma quando salgono sull’autobus “1” incontrano sei ragazzi, tra cui due donne. Una di queste esordisce dicendo a Luca: «Gay di m…, che c… guardi, il mio fidanzato?». Lui risponde che era sovrappensiero, ma da quel momento comincia il pestaggio, infierendo sul volto, sulle gambe, sulla schiena, usando pure delle catene:

Luca è riuscito ad allontanarsi, a tornare a casa e a raccontare tutto alla fidanzata, spiegando che li avevano massacrati soltanto perché li credevano omosessuali. Non sapeva di avere un ematoma cerebrale, che dopo una settimana lo ha mandato in coma, ridotto in fin di vita e un intervento di neurochirurgia lo ha salvato in extremis. Luca non parla più Luca ancora non parla e lo alimentano a fatica; ma in questi giorni i suoi familiari, e tutti quelli che gli vogliono bene, hanno ricominciato a sperare di rivedere il ragazzo di prima. L’aggressione si è trasformata (anche) in un’inchiesta giudiziaria per tentato omicidio, coordinata dal sostituto procuratore Vittorio Ranieri Miniati, che ha ricevuto due relazioni dei carabinieri nelle quali si fa esplicitamente riferimento alla probabile ritorsione omofoba. Di più: gli inquirenti hanno messo nel mirino un gruppo di giovani che vivono in un quartiere popolare di Genova, nessuno dei quali è stato al momento identificato con certezza. L’unica denuncia è scattata per «favoreggiamento» nei confronti dell’autista del bus, che ha visto tutto ma non ha chiamato né i soccorsi né la polizia.
Chi può aver compiuto una violenza del genere, con motivazioni simili nella città che all’inizio di luglio aveva ospitato lo Human Pride, che ha istituito il registro delle unioni civili e dove mai si era vissuto un episodio così? L’unico appiglio, per chi indaga, è rappresentato dalla sequenza del pestaggio, ricostruita fra l’altro attraverso dichiarazioni indirette: il giovane con cui Luca si trovava quella sera ha lasciato Genova, e l’unica in grado di fornire qualche dettaglio utile agli investigatori in questa fase è la compagna del ferito più grave.

luca pestato genova
Luca entra in coma farmacologico per l’ematoma causa della rissa, viene operato e si salva anche se in questo momento è ancora in ospedale e non riesce a parlare. Intanto è caccia alla banda a Genova.