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Antonio Mancini, la Banda della Magliana e Chi l'ha visto: piccola storia di un pentito «inattendibile»

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Antonio Mancini detto Accattone è uno dei personaggi più pittoreschi che hanno ruotato intorno alla Banda della Magliana. Il soprannome gli deriva dalla sua venerazione per Pier Paolo Pasolini, e in Romanzo Criminale la sua figura è trasfigurata nel personaggio di Ricotta, che è il titolo di un racconto-capolavoro del regista che si trova nel film a episodi Ro-Go-Pa-G. Mancini, dopo l’intervista sul Fatto in cui ha parlato di un insospettabile dietro Carminati, ieri è stato ospite di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto? per parlare della Banda della Magliana e di Mafia Capitale. E non è la prima volta, visto che in questi anni Mancini è stato spesso ospite della trasmissione di Raitre, soprattutto in relazione al presunto coinvolgimento della Bandaccia nella sparizione di Emanuela Orlandi. Una pista che, è bene ribadirlo, dopo anni e anni di indagini non ha portato ad alcun rinvio a giudizio nei confronti di chi era stato indicato come esecutore materiale dei presunti ordini di De Pedis sul rapimento della cittadina vaticana. Una bufala, insomma. Una delle tante che hanno visto ruotare un coacervo di cialtroni intorno al caso, che però hanno avuto il merito di “ispirare” tanti libri in pubblicazione in questi anni.
 

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Antonio Mancini a Chi l’ha visto? (10 dicembre 2014)

ANTONIO MANCINI A CHI L’HA VISTO?
Nonostante i buchi nell’acqua, ieri Mancini si è seduto in studio per dire la sua anche su Mafia Capitale. Il sottopancia d’altro canto lo presentava come «esponente della Banda della Magliana». «Ho collaborato nella prima banda, sia all’interno che all’esterno del carcere. Ho ucciso, pagato e adesso sono libero. Dove mi trovo, a Jesi, mi occupo della cosiddetta disabilità», esordisce lui prima di cominciare a parlare di Carminati: «Ha perso l’occhio in un conflitto a fuoco della polizia, mentre cercava di passare il confine. Con noi c’erano De Pedis, Abbruciati, Giuseppucci. Io sono anni che dico chi era Carminati e cosa stava succedendo a Roma. Allora era un ragazzo educato, silenzioso, riservato. Oggi mi pare tutta un’altra persona. Carminati non ha partecipato a uno dei miei omicidi, quando abbiamo portato a dama Nicolino Selis lui è arrivato subito dopo l’omicidio. Tre di noi dovevano uccidere Selis (che venne ammazzato fuori dalla questura dove andava a firmare per la libertà vigilata, ndr), e io sono andato con loro. Ma era lì, io l’ho visto entrare». Poi Mancini passa a raccontare dell’omicidio Proietti: «Lì si agiva in squadra, io una volta sono capitato con lui perché dovevamo catturare uno dei Proietti vivo per torturarlo e farci dire chi aveva ucciso Giuseppucci. Ma la cosa andò male. Ricordo che Proietti riuscì a scappare, ma Carminati e Marcello Colafigli gli corsero dietro». Carminati, ricorda Mancini, poteva entrare e uscire nel deposito di armi del ministero della Sanità. Racconta del furto al caveau della Banca di Roma. E la Sciarelli torna a ricordare la tomba di De Pedis a Sant’Apollinare, “dimenticando” che la rivelazione venne da una telefonata anonima (anticipata, un paio d’anni prima, da un articolo del Messaggero), e Mancini arrivò solo dopo a confermare quello che già si sapeva. Ritorna a raccontare la storia di Giuseppe De Tomasi, e fa risentire la telefonata di minacce in diretta ricevuta dalla Sciarelli un paio d’anni fa. C’è da ricordare, per onestà intellettuale, che tutte le indagini in tal senso sono finite senza rinviati a giudizio. Mancini continua parlando di Ernesto Diotallevi: «Lo conosco dai primi anni Settanta, era in una banda di rapinatori con Abbruciati (Danilo, morto nell’attentato al banchiere Rosone, ndr). De Pedis? Ha ucciso la gente con me, ha fatto le rapine con me. Quando siamo andati a uccidere Leccese (il cognato di Selis, ndr) la moto la portava De Pedis», continua Mancini mentre la Sciarelli incrocia la storia della Orlandi con quella della Banda e con Mafia Capitale, prima di chiudere l’intervista.
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Antonio Mancini e il personaggio di Ricotta in Romanzo Criminale

CHI È ANTONIO MANCINI
Ma chi è Antonio Mancini e che ruolo ha avuto nei processi sulla Banda della Magliana? In primo luogo va ricordato che Accattone non partecipò alla Grande Spartizione che la Bandaccia fece a Roma, perché era in carcere. Ci era finito qualche tempo dopo l’agguato a Leccese che ha raccontato a Chi l’ha visto?: all’epoca la Banda sta cercando chi ha ucciso Er Negro, colpito a Piazza San Cosimato da un killer in moto e morto qualche tempo dopo all’ospedale di Trastevere, dove era riuscito ad arrivare in automobile nonostante le ferite mortali. Franchino Giuseppucci era considerato il leader storico che aveva riunito le due batterie della Magliana e dei testaccini nella holding criminale che gestiva sequestri, bische e traffico di droga nella Capitale. Secondo le voci della mala a sparare a Giuseppucci sono stati i fratelli Proietti, i “pesciaroli” di Ostia che coprivano le loro attività di criminali con un banco di pesce nel litorale. Maurizio Proietti, detto er Pescetto, viene intercettato da Mancini e Marcellone Colafigli insieme al fratello Mario in via di Donna Olimpia, dove vive uno dei due. Colafigli e Mancini sparano, Maurizio muore mentre Mario risponde al fuoco e quello che doveva essere un agguato si trasforma in una sparatoria da Far West che a Monteverde ancora ricordano. I due della Banda prima cercano di rapire uno dei figli di Proietti mentre la polizia li chiude nel palazzo al numero civico 152 di via di Donna Olimpia. Colafigli e Mancini si fanno aprire da un’anziana e si barricano nella casa, poi telefonano al bar della Banda per far sapere che qualcosa è andato storto. Poi tentano la fuga sui tetti prima di arrendersi, e nell’occasione Colafigli racconta che un gatto uscito dal televisore gli ha ordinato di uccidere i Proietti per vendicare Giuseppucci: alla fine a lui verrà riconosciuta una “psicosi schizofrenica paranoide” con “personalità epilettoide” e “sindrome borderline”. Colafigli è il Bufalo che stava “cor Libanese” in Romanzo Criminale.
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Marcello Colafigli e il suo personaggio in Romanzo Criminale

IL PENTIMENTO, I PROCESSI, LE ASSOLUZIONI
Mancini, che nel frattempo ha stretto una relazione con Fabiola Moretti, l’ex compagna di Abbruciati, decide di pentirsi dopo un nuovo arresto del 1994. Le sue dichiarazioni, insieme a quelle della Moretti, di Carnovale e di Maurizio Abbatino permettono di imbastire il processo che si conclude nel 19096 con la decapitazione della Banda e una condanna per Massimo Carminati:

Quattro ergastoli per Raffaele Pernasetti detto “er Palletta”, carcere a vita piu’ 22 anni e sei mesi per Marcello Colafigli (“Marcellone”) e due ergastoli per Giorgio Paradisi. Il pm Andrea De Gasperis aveva chiesto il massimo della pena anche per Renzo Danesi (condannato a 25 anni), Enzo Matropietro (30 anni) e Giovanni Piconi (6 anni). Massimo Carminati, ex terrorista dei Nar, dovra’ scontare 10 anni di carcere contro i 25 richiesti del pm.(Corriere della Sera)

Mentre arriva quella sentenza però un altro processo è stato imbastito, e ben più importante, a Perugia. Vede imputati Claudio Vitalone e Giulio Andreotti per l’omicidio di Pecorelli, il giornalista di OP che pubblicava veline dei servizi nel suo settimanale e aveva mandato in stampa la famosa copertina sugli assegni del Presidente, che rivelavano una presunta corruzione a carico del Divo Giulio.

Antonio Mancini dice di aver saputo che l’ omicidio Pecorelli era stato “chiesto” da Claudio Vitalone. E di questo ha parlato. Glielo dissero sia Renatino De Pedis che Danilo Abbruciati, tutti e due morti ammazzati. Quel giorno a Monteverde, mentre facevano la posta a uno che dovevano ammazzare, Renatino gli disse di Pecorelli. “Mi mostro’ una pistola. Era una 7,65 tutta cromata, con dei ghirigori sul calcio. Vedi, mi disse, questa e’ la pistola che ha ucciso Pecorelli”. Ad Abbruciati invece fu lui, Mancini, a chiedere notizie sull’ uccisione del giornalista. “Danilo mi confermo’ che gli autori erano stati Carminati e Angiolino il biondo. E mi disse che l’ omicidio era stato messo in atto per entrare nelle grazie di un potere politico massonico giudiziario, al quale faceva capo il dottor Vitalone. E che era stato chiesto dal dottor Vitalone. Secondo Abbruciati l’ omicidio serviva al gruppo per fare un salto di qualita’ , per avere delle entrature nel mondo giudiziario. Pecorelli, mi spiego’ , poteva causare dei danni al gruppo del dottor Vitalone. In seguito ho saputo che Pecorelli era in possesso di documenti che potevano arrecare danni a quel gruppo. Erano documenti relativi al sequestro Moro”. Poi, racconta ancora Mancini, Abbruciati gli aveva spiegato che nella faccenda c’ entrava anche Cosa Nostra. “Danilo aveva rapporti ottimissimi con un siciliano che chiamavamo Mario, e che era Pippo Calo’ . E sapevo che si incontrava anche con Bontade. Era una cosa che sapevamo tutti, tanto che nella banda Abbruciati era chiamato “il mafioso”. Comunque mi disse che anche la mafia era interessata a questo omicidio. Anche loro per fare un favore a quel potere…”. Perche’ , a sentire Mancini, la banda della Magliana era ghiotta di favori, oltre che di danaro e cocaina. Piu’ o meno tutti i capi della banda avevano i loro rapporti “importanti”: Abbruciati ad esempio secondo lui frequentava Vitalone, ma anche il defunto braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti. E poi giudici come Adriano Testi, o massoni di rango come Umberto Ortolani. Mentre De Pedis “frequentava un giudice di sorveglianza di Rebibbia, la dottoressa Iannilli o Iannini”. Augusta Iannini, oggi giudice per le indagini preliminari a Roma, ha gia’ querelato Mancini per queste affermazioni. E nella querela ricorda che lei Renatino De Pedis lo aveva arrestato e rinviato a giudizio per tentato omicidio nel giugno dell’ 83.

Durante il processo Mancini e la Moretti, che nel frattempo ha dato un figlio all’ex criminale, denunciano anche un tentativo di attentato nei loro confronti. Ma i due non possono essere considerati credibili. La Moretti si è rifiutata di confermare le sue dichiarazioni in aula, è stata sorpresa a trafficare in droga mentre era sotto protezione. E la sentenza di assoluzione nei confronti di Vitalone e Andreotti ordina che sia perseguita per falsa testimonianza. Anche Mancini finisce per essere messo in discussione, quando alcune intercettazioni telefoniche e ambientali sembrano dar adito all’ipotesi di un “abboccamento” nei confronti della Moretti. Infine, c’è la storia di Emanuela Orlandi e del presunto coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa della cittadina vaticana. La Banda ci entra quando a Chi l’ha visto? una telefonata anonima “svela” che Renatino, alias Enrico De Pedis, è sepolto a Sant’Apollinare, e insinua addirittura che Emanuela sia nella bara insieme a lui. In realtà che De Pedis sia a Sant’Apollinare non è propriamente un segreto: il Messaggero l’ha svelato in un articolo già un anno prima quando arriva la telefonata che secondo la trasmissione “riapre con una rivelazione l’indagine su Emanuela”. Subito dopo la telefonata Mancini torna in tv per dire che riconosce in “Mario” il telefonista, e le indagini sembrano accostare questa telefonata a una ricevuta dalla famiglia Orlandi qualche giorno dopo la scomparsa. La procura indaga, ma dopo quattro anni nessuno viene portato davanti al GUP né rinviato a giudizio. Ma le voci continuano a correre, anche oggi. La Banda della Magliana, si sa, è come il nero. Sta bene su tutto.