Economia

La vittoriosa sconfitta di Tsipras e Varoufakis

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Ieri l’Eurogruppo ha raggiunto un accordo per l’estensione del programma di salvataggio della Grecia. Il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras ha dovuto arretrare tanto nel linguaggio quanto nel merito. Ma a ben vedere, ha ottenuto ciò che era realisticamente possibile e forse anche qualcosa di più.
 
IL CONTESTO
Per giudicare il risultato di venerdì sera bisogna in primo luogo tenere conto del contesto in cui si è svolta la dura trattativa tra l’UE e la Grecia. Sin dalle prime schermaglie partite dopo l’elezione del nuovo governo il 25 gennaio, era chiaro che il premier Tsipras e il suo ministro delle finanze Yanis Varoufakis dovevano scalare una parete verticale e farinosa. Tsipras ha incontrato il capo della Commissione europea Jean-Claude Juncker e i primi ministri di Italia, Austria, Francia, Cipro, mentre Varoufakis ha visto il presidente della BCE Mario Draghi e cercato alleanze anche fuori dall’eurozona, in Gran Bretagna. Ogni incontro (non solo quello con Renzi) ha seguito lo stesso copione: aperture impegnative e promesse di sostegno, seguite il giorno successivo da altrettanto chiare ritirate. Il quadro è subito stato chiaro alla delegazione ellenica: la Germania lavorava alle costole i suoi partner. Arrivati all’Eurogruppo, insomma, Varoufakis si è trovato da solo contro 18 colleghi. Chiunque in questa situazione si sarebbe semplicemente arreso. Il che sarebbe stato già qualcosa, almeno al confronto di un Hollande che in campagna elettorale aveva promesso addirittura di ricontrattare i trattati e invece si è accucciolato sulle ginocchia di Angela Merkel pochi giorni dopo la sua elezione.

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Chi detiene il debito pubblico della Grecia (Corriere della Sera, 1 febbraio 2015)

LA STRATEGIA DI VAROUFAKIS
In un articolo sul New York Times, il ministro delle finanze greco ha smentito di stare giocando a poker o di applicare la teoria dei giochi, di cui è uno studioso, alla trattativa in corso. Eppure non è difficile ravvisare nella strategia di Varoufakis uno schema ben noto agli esperti: la “debolezza coercitiva”. Quando si parte da una situazione di enorme svantaggio è perfettamente razionale provare ad indebolirla intenzionalmente. Si tratta in sostanza di danzare sull’orlo di un burrone, facendo capire che si è disposti a giocarsi molto di più di quanto sia disposto l’avversario. Tsipras e Varoufakis non hanno mai minacciato l’uscita dall’euro né soprattutto richiesto una “Grexit” concordata. In questo caso il burrone si chiamava “Grexident” cioè l’uscita “accidentale” della Grecia dall’eurozona, al di là della volontà del governo e delle sue controparti. Mentre in Germania in molti, dal ministro delle finanze Schauble all’influnte economista Hans-Werner Sinn (ma non Angela Merkel) auspicavano l’uscita della Grecia dall’euro, nessuno era però disposto ad accettarla come il risultato di un incidente. Eppure era proprio ciò che sarebbe accaduto se ieri non si fosse trovato un accordo, con i capitali in fuga dalla Grecia al ritmo di un miliardo al giorno e la BCE impossibilitata a fornire ulteriore liquidità in assenza di un accordo politico. Ed è stato proprio Draghi a spiegare ai ministri che il “Grexident” era questione di giorni e che a farne le spese sarebbe stato l’euro. Sì, è vero, la Grecia è oggi più isolata finanziariamente di quanto lo fosse nel 2010. Ma un default del paese ellenico avrebbe significato perdite significative per la BCE, la messa in discussione della sua credibilità e quindi dell’efficacia del QE che partirà da marzo. Uno tsunami che avrebbe colpito l’unico filo che tiene in piedi la moneta unica. Draghi lo aveva detto chiaramente ad Helsinki: l’euro deve essere irreversibile per tutti i suoi membri. Varoufakis ha sfruttato questo spazio in modo evidente: mentre i capitali defluivano dalle banche greche ostentava sicurezza, spiegando che non era affatto un problema e che sarebbero rientrati appena trovato l’accordo. Mentre nel blocco a guida tedesca crescevano le pressioni su BCE e Banca di Grecia per l’introduzione di controlli sui movimenti di capitali in stile Cipro, il governo greco sapeva che ogni miliardo che fuggiva dal sistema finanziario ellenico era un miliardo perso dalla BCE in caso di default.
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LA SCONFITTA VITTORIOSA
All’apparenza l’accordo trovato ieri è molto lontano dalle richieste della Grecia. Lo è sicuramente nella forma, poiché legalmente è una estensione dell’odiato “salvataggio” del 2012. Ma il governo Tsipras ha ottenuto molto di più di quanto appaia.

  • In primo luogo la Grecia non sarà più obbligata a ottenere quest’anno un avanzo primario del 3% come nei precedenti accordi, ma dovrà solo garantire un avanzo genericamente definito “adeguato”, tenendo contro delle effettive condizioni dell’economia del 2015. Questa era la “linea rossa” di Tsipras e Varoufakis, il motivo vero per il quale hanno combattuto: ottenere un po’ di “respiro” per l’economia greca, mettere uno stop alla “tortura fiscale”, come l’ha definita Varoufakis. Tutto il resto, compresa la ristrutturazione del debito, sarà l’oggetto del negoziato sul nuovo accordo da giugno. Nel frattempo, per 4 mesi, la Grecia si impegna a non adottare azioni unilaterali che mettano a rischio l’equilibrio dei conti pubblici, una condizione che faceva parte persino del programma elettorale di Syriza.
  • Il secondo risultato è la durata breve dell’accordo, fino a giugno, definito esplicitamente “ponte” verso un nuovo contratto.
  • Il terzo risultato è la fine della “Troika”, un punto sul quale gran parte dei commentatori non ha colto il problema. Nessuno ha mai chiesto che UE, BCE e FMI non mettessero bocca sulla politica economica greca: sarebbe assurdo chiedere un prestito e rifiutarsi di trattare con i propri creditori. Il punto è invece quello evidenziato giovedì da Jean Claude Juncker con una strabiliante confessione: la Troika, i “men in black” delle tre Istituzioni, si presentavano in Grecia come tecnici ma parlavano e dettavano le decisioni ai politici. Questo ha leso la dignità dei greci, ha ammesso Juncker. Da ora, insomma, i politici parleranno con i politici per prendere le decisioni e i tecnici con i tecnici per definire i dettagli.
  • Il quarto risultato, il più importante per il futuro, è l’aver rotto l’unanimità dell’eurogruppo. La Commissione, la Francia, l’Italia e in parte persino FMI e BCE hanno aiutato la Grecia ad ottenere un risultato onorevole, concordando i passi con Tsipras e Varoufakis al fine di superare i “nein” di Schauble e dei sui alleati, gli spagnoli in primo luogo, terrificati dalla possibilità che lo spago dato alla Grecia favorisca l’ascesa di Podemos. Una piccola crepa si è avuta persino dentro il governo tedesco, con i socialdemocratici che hanno accettato la lettera di lunedì, mentre la delegazione trattante a Bruxelles la definiva un “cavallo di Troia”.
  • Infine, la Grecia ha ottenuto di poter scrivere l’agenda delle riforme e solo dopo sottoporla alle tre Istituzioni, invertendo il rapporto che si era instaurato con il governo dei conservatori di Nuova Democrazia e dei socialisti del Pasok, che faceva approvare persino bilanci senza numeri al parlamento.

 
Insomma, una “resa condizionata” che però sembra avere un buon odore. Lo si capisce anche dal fatto che commentatori euroscettici come Jacques Sapir, Frances Coppola e Ambrose Evans-Pritchard, che chiedevano a Tsipras di minacciare l’uscita dall’euro, ieri sera twittavano soddisfatti. Forse in termini calcistici il match Germania-Grecia è finito in pareggio. A vincere sono stati gli arbitri (la Francia, Draghi e Juncker in primo luogo). La partita però riprenderà lunedì, quando il governo ellenico dovrà presentare il suo piano di riforme, con un particolare accento sulla lotta all’evasione fiscale, altro cavallo di battaglia della campagna elettorale di Syriza. Qui però, come già annunciato da Varoufakis, potrebbe saltar tutto: se UE, BCE e FMI non accetteranno il piano, che conterrà anche misure di sollievo per la crisi umanitaria, “questo accordo è morto e sepolto”, ha spiegato Varoufakis. Debolezza coercitiva, ancora una volta.