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Vincenzo Consoli: l'ex AD di Veneto Banca arrestato

vincenzo consoli

La Guardia di Finanza ha arrestato l’ex ad di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, e sta compiendo numerose perquisizioni oltre ad un sequestro preventivo per decine di milioni di euro nei confronti di persone legate alla stessa banca. I provvedimenti, eseguiti da un centinaio di finanzieri, sono stati emessi dalla procura di Roma. I reati contestati sono aggiotaggio ed ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Il periodo al centro dell’indagine e il 2013/2014.

Vincenzo Consoli: l’ex AD di Veneto Banca arrestato


Veneto Banca si è di recente trasformata in SPA con delibera del CdA che ha lasciato molto scontenti i soci. Complessivamente Veneto Banca ha “bruciato” qualcosa come 3,6 miliardi di euro di capitalizzazione tra il 18 aprile (data dell’assemblea che ha dato la prima sforbiciata pesante al valore delle azioni, da 39,50 a 30,50 euro) e il 2 dicembre del 2015 (quando è stato fissato a 7,30 euro il valore del diritto di recesso, in attesa del valore reale post quotazione in Borsa). Sono state altresì eseguite perquisizioni domiciliari nei riguardi di 14 indagati. L’attività di polizia giudiziaria deriva da un’articolata indagine diretta dalla Procura della Repubblica di Roma e delegata al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e al Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia, grazie alla quale e’ stata fatta luce su plurime condotte di ostacolo perpetrate in danno di Bankitalia e Consob. In particolare sono contestate una serie di operazioni in virtù delle quali era la stessa banca a finanziare importanti clienti perché gli stessi acquistassero azioni del medesimo istituto di credito. A volte ciò sarebbe avvenuto anche mediante l’ “arruolamento” di compiacenti investitori, disponibili ad intestarsi temporaneamente ingenti quote di obbligazioni subordinate, sollevando la banca dall’onere di detrarne il controvalore dal patrimonio di vigilanza, come invece prescritto dalla Banca d’Italia. C’è anche l’ex presidente di Veneto Banca, Flavio Trinca, tra i 14 indagati nell’inchiesta della procura di Roma su Veneto Banca.

veneto 13 banche in crisi
La mappa delle tredici banche in crisi in Veneto (Corriere della Sera, 23 maggio 2016)

La lente della Procura di Roma (e prima anche di quella di Treviso) si è focalizzata sulle modalità di vendita di questi ultimi anni e sul meccanismo di valutazione delle azioni. Quanti risparmiatori sono stati “forzati” all’acquisto, dipinto come necessario dalla banca per ottenere mutui o linee di credito ai piccoli imprenditori? Quanti erano effettivamente consapevoli che le azioni sono comunque un prodotto finanziario rischioso? E quali meccanismi hanno tenuto il valore delle azioni così alto anche quando i bilanci della banca hanno iniziato a mostrare il fiatone? Le risposte arriveranno nei prossimi mesi nelle aule di giustizia: cause ed esposti si contano già a centinaia. Ora Veneto Banca ha pronta l’azione di responsabilità contro i vecchi vertici. Come a dire: a pagare sia chi ci ha portati in questa situazione. In particolare sono contestate una serie di operazioni (c.d. “baciate”) in virtu’ delle quali era la stessa banca a finanziare importanti clienti perché gli stessi acquistassero azioni del medesimo istituto di credito. Un meccanismo per cui in realtà il cliente “finanziato” deteneva titoli di Veneto Banca per conto della stessa banca. A volte, secondo gli inquirenti, ciò sarebbe avvenuto anche mediante l’ “arruolamento” di compiacenti investitori, disponibili ad intestarsi temporaneamente ingenti quote di obbligazioni subordinate, sollevando la banca dall’onere di detrarne il controvalore dal patrimonio di vigilanza, come invece prescritto dalla Banca d’Italia. Anche in tali casi si trattava, secondo l’acusa, di “parcheggi” temporanei di titoli che, in realtà, rientravano nella titolarità dell’emittente Veneto Banca. Il tutto sarebbe stato accompagnato dalla concessione di finanziamenti a soggetti in difficolta’ economiche, in stato di decozione o comunque non in grado di restituire le somme ricevute, senza un’adeguata verifica della capacita’ di rimborso da parte dei richiedenti, “all’insegna di un diffuso e sostanziale disinteresse del merito creditizio”, sostengono gli investigatori.