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Il Comune di Schio dice no alle pietre d’inciampo perché “divisive”

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Qualcuno sostiene che la questione dell’odio sia tutta una montatura dei giornali. Al limite si tratta di pochi estremisti che ancora coltivano il sogno (impossibile, per Bruno Vespa) di un ritorno del Fascismo condito da una buona dose di negazionismo della Shoah. Sono quelli che quando si è dovuto votare per istituire la Commissione Segre si sono astenuti perché un organismo che nasceva per esaminare il fenomeno dell’odio in Italia non parlava esplicitamente delle persecuzioni dei cristiani in altre parti del mondo.

Le patetiche scuse della maggioranza per bocciare la mozione per ricordare gli ebrei morti nei campi di sterminio

Ma sono gli stessi che votano contro una mozione per installare delle pietre d’inciampo sostenendo che “è divisiva”. Succede a Schio dove il Partito Democratico ha presentato una mozione per chiedere di posizionare le  “pietre d’inciampo” all’esterno delle abitazioni degli scledensi che morirono nei lager, fornendo un elenco di 14 vittime. In un comunicato pubblicato dal PD di Vicenza si legge che «la maggioranza [la lista civica Noi Cittadini NdR] ha bocciato la mozione perchè “divisiva” e perchè “non tiene conto delle morti da entrambe le parti”».

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Leonardo Dalla Vecchia, capogruppo del PD in consiglio comunale scrive che «non ci sono giustificazioni, non ci sono alibi». «Queste iniziative rischiano di portare di nuovo odio e divisioni a Schio – afferma Alberto Bertoldo di “Noi Cittadini”, lista di maggioranza -. Occupiamoci di Schio e degli scledensi e lasciamo che le vittime riposino in pace».

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Due curiosi post del consigliere Bertoldo di Schio

 

Un altro consigliere di maggioranza, Renzo Sella sostiene: «Come possiamo pensare di ricordare solamente qualcuno, a discapito di altri? Non è forse questa un’altra forma di discriminazione? Temo che questa iniziativa venga strumentalizzata» riferisce il giornale di Vicenza. Le pietre d’inciampo sono i sampietrini della “memoria” dell’Olocausto creati dall’artista tedesco Gunter Demnig all’inizio degli anni Novanta e diffuse in molte città italiane. Sulla placca d’ottone della pietra viene inciso il nome della persona che abitava in quell’abitazione con la data di nascita, il campo di sterminio nel quale è stata deportata e – se è nota – la data della morte.

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Vengono posizionate per dare un segno tangibile dell’assenza degli ebrei che durante il Fascismo sono stati mandati a morire nei campi di concentramento. Un modo per ricordare a chi abita le nostre città che quelle persone, fatte diventare numeri, abitavano a fianco degli italiani “di razza ariana” e che avrebbero potuto essere i bisnonni o i nonni dei nostri amici, i nostri (ormai anziani) vicini di casa. Le pietre d’inciampo sono divisive? Se si intende dire che dividono chi condanna gli orrori del nazifascismo da chi invece si rifugia in un meschino benaltrismo di facciata è senz’altro vero. L’obiettivo è quello di tenere memoria degli ebrei deportati nei campi di concentramento, è chiaro che si vogliono ricordare quelle vittime innocenti di quella guerra su base razziale scatenata contro persone ben precise. Non risulta del resto che gli ebrei vittime delle deportazioni abbiano fatto vittime o morti che debbano essere ricordate. Perché quali sarebbero “entrambe le parti”? Da una ci sono gli ebrei mandati a morire in Germania e dall’altra? Al solito chi usa queste argomentazioni non sa andare fino in fondo, forse per paura di scoprirsi troppo. E si torna così a parlare di odio, perché è evidente che non si può aver paura di ricordare quattordici innocenti mandati a morte dai fascisti perché ebrei. Forse si ha paura di far arrabbiare quelli che gli ebrei li odiano ancora oggi, con le stesse argomentazioni di settant’anni fa.

 

In copertina: le pietre d’inciampo della famiglia Di Consiglio a Roma, via Wikipedia.org

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