Fatti

Il referendum su trivelle e trivellazioni

Lo scorso settembre dieci regioni italiane (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) hanno chiesto l’abrogazione di un articolo dello «Sblocca Italia» e di cinque del decreto Sviluppo (questi ultimi si riferiscono alle procedure per le trivellazioni). Le Regioni interessate hanno così presentato sei quesiti referendari per fermare la prima fase di questa modalità di estrazione. Le richieste delle Regioni e dei comitati riguardavano l’abrogazione dell’articolo 35 del decreto Sviluppo e di alcune parti dell’articolo 38 del decreto «Sblocca Italia». Il Governo però, tramite una norma inserita nella Legge di Stabilità, ha di fatto “disinnescato” cinque dei quesiti presentati dalle Regioni. A dirlo è la Corte di cassazione che ha stabilito che l’unico referendum a rimanere valido sarà quello riguardante le attività petrolifere entro le 12 miglia dalla costa, ovvero quelle all’interno delle acque territoriali italiane.

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La mappa delle trivellazioni al largo delle coste italiane (fonte: Sole 24 Ore)

Via libera al referendum no-triv

Di fatto quindi la marcia per la presentazione del referendum, che dovrebbe svolgersi a primavera, può proseguire. Resterebbe eventualmente da superare l’esame della Corte Costituzionale che dovrà esprimersi – il 13 gennaio – sulla legittimità del quesito referendario presentato dal Coordinamento nazionale No Triv. La proposta di referendum riguarda l’articolo 35 del decreto Sviluppo del 2012 (varato dall’allora governo Monti) e si chiede il ripristino del divieto di qualsivoglia attività di ricerca e estrazione di idrocarburi all’interno delle aree marine protette, in un raggio di 12 miglia marine dalle stesse e dalle coste italiane. La scelta che i cittadini avranno di fronte, qualora si andasse a votare per il referendum, è quindi quella di decidere se l’eventuale crescita economica del territorio dovuta alle concessioni delle trivellazioni sia un fattore più importante della tutela delle risorse naturali e dell’industria del turismo. I No Triv dubitano che le Regioni possano però incassare molto dalle concessioni alle ricerche e alle coltivazioni, meglio invece valorizzare e tenersi strette le risorse che già abbiamo.

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L’area di mare interessata dalle indagini della Petroceltic (fonte: Comitato No Triv via Facebook.com)

Le autorizzazioni del MISE alle compagnie petrolifere

Con la decisione della Corte di cassazione salta quello che Regioni e Comitati avevano definito il “tentativo di sabotaggio” dei quesiti referendari da parte del governo ma la questione rimane – ovviamente – ancora sul tappeto anche perché a riscaldare gli animi arriva la notizia che il Ministero per lo Sviluppo Economico avrebbe rilasciato alcune autorizzazioni e permessi a compagnie operanti entro il limite delle 12 miglia e in prossimità di aree marine protette. Si tratta in particolare di due concessioni, quella alla società Rockhopper Italia per il giacimento di Ombrina Mare di fronte alla costa abruzzese e quella alla società irlandese Petroceltic al largo delle coste di Molise e Puglia, vicino alle  isole Tremiti ma al di fuori dalle acque territoriali italiane. Nel primo caso però il Ministero ha spiegato che la proroga della concessione serve solo per fare sì che la società possa continuare a eseguire attività di controllo e di manutenzione su una piattaforma che è inattiva dal 2008. Nel secondo invece il Ministro Federica Guidi, ricordando che l’attività della Petroceltic si svolge oltre il limite delle 12 miglia ha specificato che non si tratta di una concessione ad eseguire perforazioni ma solo prospezioni geofisiche che non prevedono alcuna perforazione. Perforazione che in ogni caso per poter essere svolta avrebbe bisogno della valutazione di impatto ambientale. Gli ambientalisti e i comitati però non sono tranquilli perché a quanto pare la Petroceltic intende svolgere le sue indagini geofisiche tramite l’utilizzo della tecnica dell’airgun che – secondo loro – potrebbe arrecare danni alla fauna, in particolare ai cetacei a causa del forte rumore provocato. La società petrolifera ha 12 mesi di tempo (a decorrere dal 22 dicembre) per effettuare le indagini sul tratto di mare di 373 chilometri quadrati per il quale ha ricevuto l’autorizzazione e pagherà – altro punto contestato dai No Triv – la somma di 5,16 euro all’anno per chilometro quadrato per un totale di 1.924 euro all’anno. Troppo poco, dicono gli ambientalisti, per rischiare di veder rovinato l’arcipelago delle isole Tremiti.