Cultura e scienze

La storia del calamaro gigante di Putin

fake news russia propaganda

In Europa (quella che fa parte dell’Unione Europea) e negli Stati Uniti si fa un gran parlare dei tentativi – veri o presunti che siano – da parte del Presidente russo Vladimir Putin di influenzare l’opinione pubblica occidentale grazie ad attacchi hacker mirati e soprattutto alla potentissima arma della propaganda che però, visto che siamo nel 2016, si chiama semplicemente “fake news“. Sembra di essere tornati indietro di quarant’anni, ai bei tempi della Guerra Fredda quando la colpa era sempre “degli altri”. Ma in realtà non è così: durante tutta l’Amministrazione Obama tra i conservatori statunitensi andava molto di moda dire “thanks Obama” ogni qual volta qualcosa andava storto per addossare la responsabilità al Presidente uscente. Obama ci ha anche scherzato su in questo video per BuzzFeed.

La nuova caccia alle streghe: gli hacker russi che diffondono fake news

In questa fine 2016 va invece di moda dare – di nuovo – tutta la colpa ai russi. Più o meno per qualsiasi cosa; ad esempio si addossa a fantomatici hacker russi la responsabilità dal leak sui dossier riservati della WADA, l’agenzia anti-doping, pubblicato dal misterioso “Fancy Bears” gruppo di hacker di cui non si sa nulla ma che si suppone siano russi solo in virtù del fatto che la WADA ha duramente sanzionato molti atleti della Nazionale russa impedendo loro di prendere parte alle Olimpiadi. Oppure questo articolo del Washington Post sui siti vicini alla Russia che hanno aiutato Donald Trump ad arrivare alla Casa Bianca. Peccato che quell’articolo, come hanno fatto notare Consortium News e The Intercept fosse esso stesso una bufala (non a caso un noto esperto italiano di reti occulte e algoritmi ci ha creduto) dal momento che PropOrNot, il sito da cui il WaPo ha tratto le informazioni per il pezzo sulla propaganda russa durante le presidenziali non ha condotto una vera e propria analisi (ne hanno condotto una non meglio precisata “comportamentale”) e nella lunga lista di siti accusati di essere direttamente al soldo della macchina della propaganda di Putin ci sono siti come Wikileaks ma anche giornali di sinistra che criticavano la Clinton, e alcuni dei migliori siti indipendenti come Counterpunch, Truthdig, Naked Capitalism, Zero Hedge e Truth-out, insomma un calderone indistinto di posizioni ideologiche dove mancava semplicemente una cosa: la prova della connessione tra questi siti e i media “di regime” russi. Così come a quanto pare non esiste alcuna prova dell’esistenza di una centrale occulta della propaganda via Twitter gestita dal M5S, un’altra fake news pubblicata non da un qualche oscuro giornaletto ma da un quotidiano nazionale come La Stampa (dove per altro lavora un noto fustigatore della misinformation).

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Proprio “quel” Marty Baron, plurivincitore di premi Pulitzer editor del post e protagonista del film che racconta la storia del Caso Spotlight

Certo, c’è stato chi ha raccontato come in alcuni casi dietro i più famosi siti di bufale/fake news ci fossero persone che non avevano nulla a che fare con la Russia, ma che lo facevano solo per profitto come ad esempio questo studente georgiano. Qualche giorno l’isteria nei confronti delle fake news venute dal freddo ha raggiunto anche i palazzi dell’Unione Europea: il Parlamento europeo ha infatti votato e approvato una risoluzione di condanna nei confronti del Governo russo che – si legge nel documento approvato a Strasburgo  – “sta utilizzando un ampio ventaglio di strumenti come think tanks, tv multilingua come Russia Today, pseudo-agenzie di stampa e service come Sputnik, social media e troll sul web per sfidare i valori democratici e dividere l’Europa e dare l’impressione che gli Stati orientali dell’Unione europea sono fallimentari“. A questa risoluzione hanno votato contro, per motivi di opportunità politica, Altra Europa con Tsipras, Lega Nord e M5S. Ma è davvero incredibile che il Parlamento Europeo condanni una televisione e un’agenzia di stampa solo perché vengono utilizzate per dare voce alle posizioni delle autorità russe, se fossimo tutti un po’ più smaliziati diremmo semplicemente «sono media di regime, la propaganda è “normale”» dal momento che l’unica cosa rilevante è essere abbastanza intelligenti da riconoscerla. Riguardo all’esistenza di troll sul Web, sarebbe invece più opportuno agire sulla base di prove circostanziate e non di dicerie.
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L’ultima arma della propaganda russOH WAIT

Il sushi assassino creato da Vladimir Putin

Ecco quindi che dalle profondità degli abissi del deep web spunta una creatura tentacolare, l’incarnazione della SPECTRE: un calamaro gigante da 14 tentacoli “ingegnerizzato” nientepopodimenoche da Vladimir Putin in persona. Ne dà notizia l’Express, un tabloid britannico che in quanto a fake news non si fa generalmente mancare nulla, che spiega che Organism 46-B questo il molto sovietico nome della creatura assassina scoperta dal Dottor Anton Padalka a due chilometri di profondità nelle acque gelate del Lago Vostok in Antartide, un luogo già al centro di numerosi avvistamenti di alieni e altre strane creature. E devono essere proprio le temperature estreme che hanno mantenuto in perfetto stato di conservazione una notizia che è in circolazione dal 2012 e che – visto che ogni tanto Organism 46-B ama prendere una boccata d’aria – riemerge periodicamente.

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E se Vladimir Putin usasse i delfini per difendersi dal mega calamaro?

Di questa orrenda creatura, lunga dieci metri, che ha disabilitato intenzionalmente tutti gli strumenti di comunicazione radio della spedizione guidata dal Dott. Padalka e che ha addirittura ucciso con un veleno potentissimo un membro del team non ci sono ovviamente foto. Né ci sono prove della sua esistenza. Questo non ha impedito alla storia di ottenere qualche migliaio di condivisioni. Perché quando una fake news come quella della terribile potenza della Russia diventa virale è davvero molto difficile estirparla. Colpa dei soliti hacker russi no? Chissà se il calamaro gigante andrà d’accordo con le foche assassine di Putin.