Economia

Pier Carlo Padoan e l'incubo stagnazione secolare

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«C’è una ripresa ma debole, non un’accelerazione. Viviamo in un mondo post recessione e io sono tra quelli che ritengono che l’ipotesi di stagnazione secolare non sia così peregrina»: Pier Carlo Padoan oggi, intervenendo al convegno del Centro studi di Confindustria, ha spiegato con chiarezza e con grande tranquillità quale sia la vera situazione dell’economia mondiale e su cosa si regga la piccola crescita italiana. «In questo contesto, trovare il modo di sostenere gli investimenti è una sfida importante», ha poi aggiunto Padoan.

Pier Carlo Padoan e la stagnazione secolare

D’altro canto anche il Centro Studi di Confindustria dice che l’economia italiana non “decolla”, la crescita è più lenta delle attese e sul sistema Italia pesa come un macigno il ‘cancro’ dell’evasione fiscale, che brucia 122,2 miliardi nel 2015, il 7,5% del Pil. La ripresa dell’occupazione (ci saranno 650 mila nuovi posti in tre anni, stima viale dell’Astronomia) certifica di fatto quello che l’Istat e lo stesso governo hanno ammesso qualche settimana fa: il segno piu” davanti al Pil c’è, ma la ripresa è ancora molto timida. Il Centro studi dell’associazione degli Industriali mette nero su bianco insomma che l’Italia crescera’ dello 0,8% quest’anno (e non piu’ dell’1% come ci si aspettava a settembre) e dell’1,4% nel 2016. Un passo piu’ deciso e’ previsto nel 2017, con il Pil a +1,7%. Salvo che pero’ la variabile terrorismo non assesti una ulteriore spallata alle speranze di ripresa. “Le ragioni per cui non si riesce a prendere il vento favorevole sono legate al fatto che ci sono comportamenti piu’ prudenti, si tende a essere meno risoluti – spiega Il Csc – c’è un tasso di risparmio molto basso, che è ai minimi storici. Per noi resta un mistero questo rallentamento. Pensiamo comunque che nel corso di questo autunno ci sia una ripresa di slancio legati ai giudizi sugli ordini delle imprese che producono beni di consumo”. Poi c’è l’evasione. Secondo una simulazione del Csc, una famiglia di due lavoratori dipendenti con un figlio in età scolare destina il 54,9% del reddito al pagamento dei contributi sociali e delle imposte, dirette e indirette. Quanto all’evasione fiscale e contributiva, certifica Confindustria, ammonta a 122,2 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del Pil. Solo la Grecia fa peggio di noi. Se si riuscisse a dimezzare questo fenomeno, secondo gli industriali, si potrebbe arrivare ad un 3,1% di maggiore Pil e in oltre 335mila occupati aggiuntivi. Un dato positivo viene invece dall’occupazione: per Confindustria la domanda di lavoro in Italia “e’ ripartita” e nel triennio fino al 2017 saranno creati 650 mila posti di lavoro che portano a 815 mila il totale da quando sono ricominciati ad aumentare”, ovvero dal 2014. Il recupero e’ frutto dell’azione del governo, riconosce viale dell’Astronomia, secondo cui “sull’andamento dell’occupazione hanno avuto certamente un ruolo importante l’introduzione degli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo determinato e le regole previste dal Jobs Act”. Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, chiede un colpo di reni: “L’Italia continua in una fase di stentata crescita, migliora la percezione e l’ottimismo di consumatori e imprese ma lo scatto netto, bruciante, che lascia sul posto il passato e la crisi per agganciare una crescita stabile, quello ancora non c’e'”, conclude.

Gli investimenti pubblici

Secondo Riccardo Sanna, coordinatore delle politiche economiche Cgil nazionale  il riconoscimento da parte dell’associazione di viale dell’Astronomia che l’evasione sia un ostacolo per lo sviluppo economico e civile e che sia la vera causa dell’alto livello del debito pubblico, “dovrebbe indurre Confindustria a individuare i tratti strutturali del declino dell’economia nazionale, che per molti versi hanno addirittura portato il Paese ad anticipare la crisi”. “A questo proposito – prosegue il coordinatore delle politiche economiche – la Cgil ha proposto di programmare quote annuali di riduzione strutturale dell’evasione fiscale, prevedendo una tassazione dei grandi patrimoni come equa clausola di salvaguardia”. “Infine, la previsione del tasso di disoccupazione di Csc di Confindustria, che al 2017 sara’ ancora sopra l’11%, non rassicura. Per questo – conclude Sanna – è indispensabile un Piano del lavoro basato su nuovi investimenti pubblici e privati e sulla creazione diretta di occupazione, che sia in grado di portare l’Italia fuori dalla crisi e aprire una vera e propria vertenza europea”. Ed è proprio qui il punto. La teoria della stagnazione secolare, nata nei lontani anni ’30 per spiegare la Grande depressione è tornata di moda da un paio di anni dopo le citazioni dell’ex segretario di Stato Usa Larry Summers. Lo statunitense Alvin Hansen a metà degli anni ’30 ipotizzò la teoria per spiegare la mancata crescita nonostante gli sforzi del new deal motivandola con la mancanza di innovazioni tecnologiche ed il calo demografico. In pratica, si tratta di una situazione di bassa crescita e di non pieno impiego delle risorse con bassi tassi di inflazione o deflazione. Il rimedio, secondo l’economista , è un intervento dello stato con una politica di spesa in deficit di forte stimolo agli investimenti. A riportarla alla luce nel 2013 Lawrence Summers, economista, già segretario di Stato con il presidente Clinton e rettore di Harward. Secondo Summers infatti questa tesi avrebbe potuto spiegare la debolezza della ripresa nonostante tutti gli stimoli all’economia. Antidoto, una politica fiscale attiva che possa spingere l’economia fuori da basse crescita e inflazione. E infatti Padoan spiega che l’antidoto è proprio “sostenere gli investimenti“. E il governo “cerca di accelerare quelli pubblici”. Ma il problema è che a parte dirlo, il che depone a favore dell’onestà intellettuale del ministro, il suo governo attualmente fa troppo poco.