Economia

Fisco corrotto: le manette alle commissioni tributarie

Dal giugno 2013 a Roma i ricorsi alle commissioni tributarie erano pilotati. Dietro compensi in percentuale rispetto al valore del contenzioso, per quattro anni un’organizzazione di cui hanno fatto parte, secondo l’accusa, tredici persone, ha commesso i reati di associazione per delinquere, concussione e corruzione. Tra i destinatari delle misure restrittive, oltre ad avvocati, commercialisti ed ex dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, anche tre giudici tributari: Onofrio D’Onghia Di Paola, della commissione provinciale, Salvatore Castello, commissione regionale, e Luigi De Gregori (provinciale). Quest’ultimo era stato già arrestato, in flagranza di reato, nel novembre 2013 dopo aver intascato seimila euro da un avvocato per agevolare il positivo esito di un ricorso, ma gli ulteriori accertamenti hanno portato alla scoperta, e da qui l’arresto di oggi (era comunque ai domiciliari), che precedentemente aveva sollecitato, invano, un commercialista a dargli 15 mila euro per un’analoga situazione.

Fisco corrotto: le manette alla Commissione Tributaria

Non solo il commercialista non aveva pagato, ma aveva denunciato De Gregori, il quale agiva in proprio tanto da non essere accusato di associazione per delinquere, presso le Fiamme Gialle di Velletri. Secondo la procura la base logistica attraverso la quale singoli contribuenti ed imprenditori potevano ottenere l’accoglimento dei propri ricorsi presso le Commissioni tributarie o sgravi degli accertamenti fiscali presso l’Agenzia delle Entrate era nello studio della commercialista Rossella Paoletti. Qui, è detto nel capo di imputazione, con la complicità di D’Onghia Di Paola da un lato, e degli ex dipendenti delle Erario dall’altro, si decidevano le modalità di accoglimento dei ricorsi nelle commissioni tributarie e gli sgravi relativi alle cartelle esattoriali. In tutti i casi con danno per la stessa Agenzia delle Entrate, la quale veniva condannata al pagamento delle spese di giudizio. Tra l’altro è emerso che D’Onghia Di Paola oltre ad essere particolarmente esoso si faceva scrivere le sentenze di accoglimento dei ricorsi a lui affidati dagli stessi avvocati proponenti o dall’ex moglie commercialista. Oltre ai 13 arrestati figurano indagate altre nove persone: si tratta di contribuenti e di imprenditori che si rivolgevano alla cricca. Tra loro l’attore Massimo Giuliani. Secondo l’accusa avrebbe versato 65 mila euro per ottenere, in appello presso la commissione regionale, il rigetto di un ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro una sentenza a lui favorevole e relativa a cartelle esattoriali di diversi accertamenti tributari per un ammontare di tre milioni di euro. Ma le inchieste potrebbero essere la punta dell’iceberg:

Il disegno di questo mosaico che coinvolge tutta Italia non è ancora interamente venuto alla luce. È visibile solo la punta dell’iceberg, spiegano fonti investigative: per esempio a febbraio a Catania con l’arresto del giudice Filippo Impallomeni, 71 anni, presidente di sezione della commissione tributaria provinciale della città etnea, e con lui di due imprenditori, un commercialista e un cancelliere, accusati di aver preteso dazi in cambio di decisioni favorevoli.
Altri giudici tributari in manette, altra città: questa volta Milano, dove nel dicembre scorso sono stati arrestati il giudice Luigi Vassallo e il giudice onorario Marina Seregni, ed è stato iscritto nel registro degli indagati Francesco Pinto, ex presidente del tribunale di Imperia e presidente della commissione tributaria di Milano. Città diverse, storie diverse, un medesimo disegno criminoso: quello di sterilizzare, con ogni mezzo possibile, le attività di accertamento del fisco. «Un sistema illecito articolato e ben collaudato — e, va sottolineato, remunerativo — per garantire esito favorevole ai contribuenti coinvolti in contenziosi tributari», si legge nell’ordinanza della gip D’Alessandro. (Rory Cappelli, La Repubblica, 10 marzo 2016)

commissioni tributarie
Come funziona il processo tributario (Fonte)

Una nuova Tangentopoli?

La vicenda giudiziaria è stata illustrata nel corso di una conferenza stampa a cui era presente il procuratore aggiunto Francesco Caporale, i sostituti Stefano Rocco Fava e Giuseppe Deodato nonché i finanzieri del Gruppo Frascati. Si è appreso così che lo studio della commercialista Rossella Paoletti fungeva da base operativa dove venivano depositati i ricorsi diretti alle commissioni tributarie per ottenere i benefici richiesti. Si è appreso che il giudice tributario D’Onghia Di Paola si faceva scrivere le sentenze di accoglimento dei ricorsi dagli stessi avvocati che proponevano le opposizioni o dalla ex moglie. Nella base operativa si decidevano le modalità di accoglimento dei ricorsi e gli sgravi riguardanti le cartelle esattoriali. Sandro De Riccardis su Repubblica di oggi riepiloga gli ultimi casi di corruzione nelle commissioni tributarie:

Come il primo arresto di Mani pulite nel 1992, con Mario Chiesa fermato con una mazzetta di sette milioni di lire tra le mani, lo scorso 17 dicembre i militari della Guardia di Finanza, travestiti da avvocati, arrestano nello studio Crowe Horwarth, il giudice della commissione tributaria provinciale di Milano, Luigi Vassallo, con una busta da cinquemila euro infilata nella giacca. Vassallo, avvocato cassazionista e docente universitario a Pavia, che risulta (dal marzo 2015) ancora consulente “in materia di conflitto di interessi per il governo”, ha appena incassato la prima rata di una tangente da 30mila euro per intervenire su una esterovestizione da svariati milioni contestata alla multinazionale della chimica Dow Europe Gmbh . Non è un episodio isolato. Perché i pm di Milano Eugenio Fusco e Laura Pedio, un mese dopo, ottengono l’arresto di un altro giudice onorario, l’avvocato Marina Seregni. I due giudici sono accusati di corruzione in atti giudiziari per il caso della Dow Europe Gmbh, ma anche di aver pilotato un contenzioso da 14,5 milioni a favore della società Swe-Co, dell’imprenditore Luciano Ballarin (indagato) in cambio di 65mila euro.
Il gip Manuela Cannavale cita esplicitamente la «spregiudicatezza con cui si muoveva Vassallo, che sapeva di poter fare affidamento su Seregni e verosimilmente anche su altri giudici tributari e funzionari dell’Agenzia delle Entrare, per pilotare ricorsi, influenzare i giudizi dei collegi, sostituirsi nella redazione delle sentenze, a fronte della corresponsione di dazioni illecite da ripartire con i complici». E infatti nell’inchiesta è indagato anche un giudice togato, Francesco Pinto, ex presidente del tribunale di Imperia, ex giudice a Monza, ora presidente della sezione 18 della Commissione tributaria provinciale di Milano. Lo schema non è diverso da quello scoperto a Catania dal procuratore Michelangelo Patané e dal pm Tiziana Laudani. Finisce in carcere – insieme a due imprenditori, un commercialista e un cancelliere – il presidente di sezione della Commissione tributaria provinciale di Catania, il giudice Filippo Impallomeni. Il magistrato avrebbe usato per anni le auto della concessionaria di Giuseppe Virlinzi, fratello di uno dei più grossi immobiliaristi della città, in cambio di decisioni favorevoli, per un risparmio sulle tasse di 800mila euro. Per i pm, Impallomeni, da presidente, da relatore o da estensore era sempre presente nelle decisioni su Virlinzi.
 

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