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Così un senatore in arresto potrebbe decidere il destino del governo Renzi

Il grosso guaio in cui si è cacciato Alfano potrebbe avere ripercussioni sul governo Renzi. Le inchieste giudiziarie sul senatore Azzollini e sul sottosegretario Castiglione stanno mettendo sempre più in pericolo la tenuta della maggioranza, mentre è difficile non ricordare i precedenti che portarono alla caduta del governo Prodi dopo le indagini su Mastella e la moglie.
 
ANTONIO AZZOLLINI, IL SENATORE E LE SUORE

Antonio Azzollini, 62 anni, è senatore dal 1994: prima con Forza Italia, poi con il Popolo delle Libertà e infine con NCD. A Palazzo Madama è attualmente presidente della commissione bilancio, mentre è stato anche sindaco di Molfetta. Ed è lui oggi che deve fronteggiare una richiesta di arresto da parte della procura di Trani per le indagini su una bancarotta da 500 milioni di euro alla casa di cura Divina Provvidenza. Secondo l’accusa, Azzollini impose la presenza di Angelo Belsito e Rocco Di Terlizzi nell’ente, a presidio dell’attività amministrativo-contabile. Scrive la Procura: «Il nuovo assetto societario era stato imposto quale contropartita all’impegno legislativo assunto negli anni dal noto parlamentare». La strouttura aveva infatti un debito nei confronti del fisco, dell’Inps e dell’Inail pari a 300 milioni, che aveva rateizzato grazie a una proroga della sospensione degli oneri che aveva avuto nel 2005. Come contropartita, il senatore avrebbe anche fatto assumere dipendenti e concesso consulenze da migliaia di euro. Scrive il Corriere:

Nella Congregazione, almeno a leggere i verbali dei dipendenti, Azzollini la faceva da padrone. Scrive il giudice: «L’indagato interviene in modo massiccio sulla gestione dell’ente, orientandone le decisioni e rivestendo il ruolo di capo indiscusso ed indiscutibile dell’associazione a delinquere che imperversa sulla Congregazione da almeno cinque anni: i suoi bracci operativi lo informano previamente di tutte le questioni di maggiore importanza per la vita dell’ente». Uno dei dipendenti racconta di averlo sentito minacciare le suore durante una riunione: «Qui comando io, se non va bene vi p… in bocca». Tutto voleva controllare Azzollini, anche la nomina del commissario straordinario avvenuta nel dicembre 2013.

Dieci le persone destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare (tre in carcere, sette ai domiciliari) firmata dal gip del tribunale Rossella Volpe; nove gli arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza di Bari, tra cui quelli di due suore della Congregazione (“iniziativa cautelare sorprendente”, l’ha definita il loro legale, Francesco Paolo Sisto). La decima persona è il senatore Ncd Antonio Azzollini, già sindaco di Molfetta (Bari) e presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama. Nei suoi confronti è stata depositata a Roma una richiesta di arresto ai domiciliari che nelle prossime ore finirà sul tavolo della Giunta per le Immunità, chiamata a dare l’ok o a respingerla. Oltre alle due religiose (una, rappresentante legale pro tempore della Congregazione, e l’altra economa), sono finiti agli arresti un ex direttore generale, amministratori di fatto, consulenti e dipendenti dello stesso ente. Gli indagati sono in tutto 25, compresi gli arrestati; a 12 di loro la Procura contesta l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di più reati.
 
IL GUAIO PER LA MAGGIORANZA
Tra gli indagati per quest’ultimo reato compare anche il deputato foggiano Raffaele Di Gioia (Psi-Gruppo Misto), per un episodio di elargizioni in denaro da parte dell’ente alla figlia Silvia (anche lei indagata), dipendente in uscita, mentre si disponevano piani di licenziamento per oltre mille persone. Secondo indiscrezioni, potrebbero figurare, oltre alle due religiose arrestate, anche un paio di alti prelati. Sequestrati, nel corso dell’inchiesta, 32 milioni di euro e un immobile destinato a clinica privata a Guidonia (Roma) appartenente all’ente ecclesiastico, in realtà fittizio, ‘Casa di Procura Suore Ancelle della Divina Provvidenza’. Alle indagini, svolte dalla Guardia di finanza di Bari con l’ausilio della Procura e dei carabinieri del Nas di Foggia, ha fornito una collaborazione definita “preziosa” lo Ior del nuovo corso, rispondendo alle richieste di rogatorie internazionali arrivate dalla Procura di Trani. Così come “un pesante atto di accusa nei confronti di coloro che si sono avvicendati alla guida dell’ente a partire dalla fine degli anni ’90” è arrivato dalle relazioni dell’attuale amministratore straordinario dell’ente, Bartolomeo Cozzoli. La richiesta di arresto per Azzollini, avanzata dalla Procura di Trani e arrivata in mattinata alla presidenza del Senato, viene subito trasmessa alla Giunta per le Immunità presieduta da Dario Stefano (Sel) che domani ha già convocato l’ufficio di presidenza alle 14 per metterla in calendario. I senatori di Ap, già preoccupati per il coinvolgimento nell’ inchiesta di Mafia Capitale del loro sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, si riuniscono sotto la presidenza di Renato Schifani per fare il punto sul caso. E decidono di “blindare” il collega che non ha alcuna intenzione di autosospendersi (come era stato ipotizzato da alcuni Dem) e anzi, lascia a metà la riunione per andare a presiedere la commissione che ora si trova a dover dare pareri importanti come quello sul ddl della Scuola. Ma l’imbarazzo è grande anche nel Pd. Soprattutto perché furono proprio i Democratici con il loro voto a consentire ad Azzollini nell’ottobre 2014 di restare ben saldo alla guida della Bilancio quando la Giunta per le Immunità venne chiamata ad esprimersi su un’altra richiesta che lo riguardava: quella sull’uso delle intercettazioni nella vicenda degli appalti del porto di Molfetta. L’autorizzazione venne negata scatenando la protesta di Felice Casson che per questo si sospese dal partito. E non ci vuole molto a immaginare scenari tragici per la maggioranza. Perché Azzollini, nella sua veste di presidente della Commissione Bilancio, potrebbe rallentare il percorso di alcune leggi all’esame del Senato.
 
RENZI: OK ALL’ARRESTO
Anche perché Matteo Renzi ai suoi ha già detto che non ha alcuna intenzione di impegnare il PD nella negazione di un arresto richiesto da parte della magistratura. Il premier ha fatto sapere ai suoi che la linea è sempre uguale: il Pd è garantista ma una richiesta d’arresto andrà valutata nel merito e, se ci sono elementi, il Pd voterà sì perché su queste vicende «non vale il colore politico». E forse il colore politico non conta, ma è difficile non sottolineare che tutte le questioni politico-giudiziarie che si sono aperte nell’esecutivo riguardavano componenti del partito di Alfano: Il primo caso è stato quello di Nunzia De Girolamo, ministro dell’Agricoltura nel governo guidato da Enrico Letta, dimessasi (anche se non indagata) nel gennaio 2014 in seguito alle polemiche nate su una sua presunta influenza sulle nomine di dirigenti e sugli appalti della Asl di Benevento. Due mesi dopo al centro dell’attenzione finisce il sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi Antonio Gentile perché il figlio avrebbe esercitato pressioni per impedire l’uscita di un articolo sgradito su un quotidiano calabrese. Anche se non indagato si dimette nel marzo 2014. Il 20 marzo scorso anche il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, pur non indagato, rassegna le dimissioni dal governo Renzi. L’inchiesta che lo sfiora per via di alcune intercettazioni telefoniche e di un regalo al figlio, è quella relativa alle Grandi Opere. Infine c’è la storia di Castiglione e del C.A.R.A. di Mineo. Se tre indizi fanno una prova, 3656 indizi cosa fanno? Un ergastolo?