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Cosa succede dopo le dimissioni di Renzi

La parola al Colle e la maggioranza in bilico. Dopo le dimissioni di Renzi in seguito alla sconfitta nel referendum sulle riforme costituzionali si aprono gli scenari di una crisi di governo di non semplice soluzione, visto che anche i partiti che finora hanno garantito a Renzi il sostegno hanno annunciato l’apertura di una riflessione e di una discussione sul domani. I giudizi su Renzi sono comunque impietosi. Dice ad esempio Massimo Franco in prima pagina sul Corriere della Sera: “Il risultato è la bocciatura imprevista di un’intera fase politica, che l’annuncio di dimissioni del premier sigilla. Il tentativo di puntellare un esecutivo non eletto attraverso la consultazione referendaria, si è rivelato un azzardo. Ha finito per esaltare una potente voglia di partecipazione, che sfiora il 70 per cento. Il premier si era appellato a una «maggioranza silenziosa», convinto di sedurla. La maggioranza ha parlato, ma contro di lui, con uno scarto intorno ai venti punti”.

Cosa succede dopo le dimissioni di Renzi

D’altro canto le dimensioni della sconfitta sono nazionali. Il sì ha vinto soltanto in tre regioni: Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana (in queste ultime due di un soffio). Nel resto del paese le percentuali sono state nette e bulgare. A Roma l’imbarcata è simile nelle percentuali al ballottaggio Raggi-Giachetti. Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera dà spazio ai virgolettati pieni di livore del presidente del Consiglio:

«Non credevo che potessero odiarmi così tanto», confessa Renzi ai collaboratori. E aggiunge: «Un odio distillato, purissimo». Non degli italiani. Sono gli avversari quelli a cui il presidente del Consiglio, che oggi rimetterà il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si riferisce. La minoranza del Partito democratico, per esempio, che ha fatto in modo che «ora Beppe Grillo si senta già al governo»: «Altro che mucca in corridoio».

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Il voto nelle regioni (Il Messaggero, 5 dicembre 2016)

E riepiloga poi la rosa (limitata) delle scelte al vaglio del premier:

Sì perché il presidente del Consiglio non vuole assolutamente «disperdere quello che è stato fatto finora», anche se ritiene che il tempo di questa legislatura sia ormai scaduto. Un altro governo, dunque, per pochi mesi, quelli che servono per varare una nuova legge elettorale, «senza inventarsi lungaggini». Ma che governo? Un esecutivo guidato da Pier Carlo Padoan, per puntare sulla continuità della politica economica? O piuttosto un governo istituzionale guidato Pietro Grasso, nei confronti del quale i deputati e i senatori renziani potranno fare guerriglia quotidiana in Parlamento? Tutto dipende dalle decisioni del premier. Dimissioni irrevocabili da segretario o dimissioni per andare a un congresso anticipato e alle elezioni nel 2017?

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E mentre si raccontano le lacrime di Maria Elena Boschi per una bocciatura netta e senza discussioni, Massimo Franco in qualche modo ha parole di incoraggiamento per il leader sconfitto:

Il referendum non archivia la voglia di cambiare: punisce solo una proposta pasticciata e spiegata male. Da oggi il Paese dovrà fare i conti con un governo molto indebolito. E con un presidente del Consiglio dimissionario e ferito. Ma sarebbe ingeneroso farne un capro espiatorio. I suoi errori sono quelli collettivi del Pd. E la sua lettura errata degli umori profondi dell’Italia è stata condivisa e incoraggiata. Per evitare mesi bui, la cosa migliore sarà quella di ragionare a testa fredda; e accettare le decisioni del Quirinale senza discutere, con un pizzico di umiltà in più e di presunzione in meno. Dopo molto tempo e molte energie sprecati, sarà bene dare una mano a risolvere una situazione ingarbugliata, non a complicarla.

L’opzione rilancio

Goffredo De Marchis disegna su Repubblica invece scenari che prevedono un rilancio delle ambizioni del premier, con una campagna elettorale da affrontare con il coltello tra i denti e un governo guidato da Pier Carlo Padoan a Palazzo Chigi per gestire la transizione prima del ritorno a Palazzo Chigi.

Si può fare. Tenere la segreteria, dare le carte per un nuovo governo fotocopia che conduca in porto la legge di bilancio e i decreti di fine anno, pilotare la legge elettorale e sfidare subito i nemici interni convocando il congresso dem rimanendo in sella. Dipende dal dato finale. Con un Sì attestato al 45 per cento o sopra, Renzi organizzerà la rivincita, una nuova sfida combattendo «l’accozzaglia». Ma con il 40 per cento, sarà tutto più difficile. «Comincerà un assedio dentro il Pd, la minoranza e le correnti chiederanno di cambiare tutto, non solo il segretario. Basta primarie aperte, voto solo per gli iscritti, un’ offensiva rispetto al Partito della Nazione. Al grido: mai più gli elettori di Cosentino e Verdini ai gazebo del Pd. Li conosco».
Gli alleati per tenere almeno la segreteria non mancheranno. I franceschiniani, i giovani turchi, insomma una maggioranza solida per affrontare il congresso e rivincerlo. Ma a quali condizioni? Cedendo su cosa? Potrebbe partire subito il percorso congressuale, con mille spine. Pier Luigi Bersani, qualche settimana fa, era stato chiarissimo: «Cambiamo le regole del congresso, apriamoci alle associazioni e immaginiano anche un segretario che non venga dal gruppo dirigente dem». Dario Franceschini, come al solito ago della bilancia, ai suoi ha raccomandato: «Ricordatevi come si comportavano i vecchi democristiani. Non si fanno mosse azzardate, calmi con le dichiarazioni fino a quando la crisi non si manifesta nella sua pienezza».

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Vignetta di El Giva per neXt

In tutto ciò, sembra sfuggire il dettaglio che il conto dei voti ad oggi è di diciannove milioni a tredici: con quale miracolo si recuperano sei milioni di voti di svantaggio? Tommaso Ciriaco intanto sfoglia la margherita del governo istituzionale, tirando fuori anche il nome di Romano Prodi: «C’è lo scenario Padoan, il più concreto. Se il sistema dovesse mostrarsi stabile, però, la battaglia della legge elettorale diventerebbe il cuore del risiko parlamentare. Ed è proprio con questo schema che una carta istituzionale come quella di Piero Grasso potrebbe affermarsi. Dalla sua, il Presidente del Senato vanta un buon rapporto con le opposizioni. E garantisce anche un vantaggio tattico all’attuale premier: non essendo renziano, consentirebbe al leader Pd di marcare una distanza da Palazzo Chigi, ottima per costruire la prossima campagna per le politiche. E se invece dalla crisi uscisse un progetto di governo che ha come orizzonte la fine della legislatura? A quel punto Renzi potrebbe preferire una staffetta con un uomo di fiducia come Graziano Delrio. Renziano della prima ora, anzi “il primo dei renziani”, ha attraversato una fase complicata nei rapporti con il capo. Ultimamente, però, è tornato il sereno. Le altre due soluzioni politiche – meno probabili – rispondono ai profili di Dario Franceschini e Paolo Gentiloni. Il primo resta uno degli azionisti di maggioranza del Pd e gode di un buon rapporto con il Colle. La sua ascesa, però, sarebbe mal digerita dai renziani. Il contrario del titolare della Farnesina, vicino a Renzi e per questo poco amato dal resto del partito. Sullo sfondo emerge anche la figura di Romano Prodi. Nelle ultime ore settori crescenti del Partito democratico sono tornati a invocare a gran voce il suo nome. Una soluzione quotatissima tra le truppe dem, quindi, ma che si scontra con un dato di realtà: il Professore ha già fatto sapere di non essere interessato a un simile scenario. Suggestiva è anche la soluzione Emma Bonino».