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Chi ha votato Alexis Tsipras e perché

Il voto di domenica in Grecia offre diverse chiavi di lettura: innanzitutto una chiara rimessa a punto delle forze e del consenso che Syriza ha saputo strutturare in questi anni ; una sconfessione di quanti (e la lista è lunga) avevano scommesso sulla ‘parentesi di sinistra’; una capacità di analisi e di resistenza dell’elettorato che ha pochi precedenti nella storia delle democrazie moderne. I punti politici sono vari e non mancheranno di mobilitare riflessioni e tastiere nei prossimi giorni. Fra tutti emerge una stagnazione di Alba Dorata, un tipo di formazione che altrove in Europa ha mietuto e miete ben più ampi consensi in tempi di crisi; la quasi totale diluizione della ‘scissione a sinistra’ dentro Syriza, certo dolorosa per tutti, ma indice dell’isolamento della prospettiva politica che Unità Popolare ha cercato di proporre; una indifferenza ai condizionamenti e alle fole dei sondaggi, la cui neutralità o ‘scientificità’ non hanno più alcun credito, dopo il referendum del 5 luglio e il sonante, vasto ‘No’ del popolo greco. È interessante notare che, non potendo abbattere Syriza, i tentativi di ‘assorbimento’ di Tsipras e del suo governo nell’alveo della ‘normalità socialdemocratica’ sono già cominciati. Se Repubblica loda la svolta ‘riformista’ (che aggettivo originale, no?) di Tsipras, Dijsselbloem fa i suoi pelosi complimenti al neo primo ministro, assortendoli subito dopo con l’ingiunzione di continuare le ‘ambiziose riforme’. Capolavoro di ambiguità quello di Hollande (noto per la sua capacità di sintesi neutralizzatrice) che vede nella vittoria di Syriza “un messaggio per tutta la sinistra europea”: non si capisce se nel senso di premiare la resistenza all’establishment finanziario -anche con le ossa rotte- o di piegarsi ai suoi diktat perché altro non c’è da fare. Solo Schulz, cui l’acume fa difetto come la sobrietà alle cravatte che indossa, non ha ricevuto il dispaccio con le nuove istruzioni, e si lancia ancora in patetici tentativi di discredito del governo prossimo venturo (definendo il partito di Panos Kammenos, “greci indipendenti” una ‘strana formazione di estrema destra’). Che continui così, finora l’effetto dei suoi interventi è stato più che benefico per i consensi della sinistra greca. Vedremo quanto le lusinghe a Tsipras dureranno (c’è da credere che quando si comincerà a parlare di riduzione del debito all’Eurogruppo Tsipras tornerà ad essere un pericoloso estremista) ; per il momento, e più modestamente, cerchiamo di analizzare ‘tecnicamente’ alcune particolarità del voto di domenica.

Unità Popolare e Antarsya, la fusione fallita che aiuta Syriza

C’è da addentrarsi nei meandri della sinistra greca, delle sue molteplici formazioni, dei suo gruppi e gruppuscoli (esistono un ‘Partito Comunista Greco – Marxista Leninista’ ed un ‘Partito Marxista-Leninista Comunista Greco’, che si sono presentati rivali alle elezioni fino a qualche anno fa) per capire i complessi equilibri del voto progressista e del meccanismo elettorale che lo traduce.
Quando Panayotis Lafazanis ha lasciato Syriza per fondare Unità Popolare, a molti è parso probabile (e a Lafazanis auspicabile) che si alleasse elettoralmente con un piccolo partito di estrema sinistra, Antarsya (il cui acronimo sta per Cooperazione di Sinistra Anticapitalista per la Rivolta), vicino a Syriza dal punto di vista della cultura e dell’”antropologia” politica, ma favorevole all’uscita dall’Euro, dall UE e dalla NATO.
L’iniziativa è fallita perché, secondo la testimonianza diretta rilasciataci da un dirigente di Antarsya “Unità Popolare restava condizionata da un approccio elettoralistico e personalistico, una struttura scarsamente democratica”. L’esito è lungi da restare un dettaglio, perché Antarsya -partito disciplinato e compatto, di ‘militanti’, raccoglie circa l’1% dei voti, ed è sensato ipotizzare che in caso di lista comune con Lafazanis, i suoi elettori si sarebbero quasi interamente riversati su ‘Unità Popolare’. Guardiamo a questo punto i dati:
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Se si sommano -ipotesi matematica- i voti di Antarsya a quelli di Unità Popolare, si giunge a 200.980 voti, vale a dire il 3,71% dei voti validi, ampiamente sufficienti, quindi, ad entrare in Parlamento. In effetti, sarebbero bastati poco più di un sesto dei voti di Antarsya (7700 schede) per proiettare Lafazanis alla Camera. In questo caso, sempre in via ipotetica, avremmo avuto la seguente composizione parlamentare:
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Quindi, per ‘l’effetto soglia’ della ridistribuzione dei seggi, Syriza ed Anel sarebbero rimasti a un passo (150 deputati) dalla maggioranza assoluta (che ne richiede 151). Quasi nulla, numericamente, ma dal punto di vista istituzionale un ostacolo pesante. Che per essere rimosso avrebbe richiesto o l’integrazione di qualche transfugo, o l’inclusione di Pasok o Potami nella maggioranza. Che avrebbero mezzo il prezzo forte per sostenere Tsipras, con conseguenze non trascurabili sulla stabilità e la ‘libertà d’azione’ del nuovo governo. Che ad Antarsya il partito di Lafazanis sia apparso troppo ‘personalistico’ è una gran fortuna per Syriza (e non solo per lei).

La condizione determina la coscienza?

Interessante, nell’analisi del voto Syriza, la ripartizione dei consensi fra zone ‘popolari’ dell’Attica e consensi alla coalizione della sinistra radicale. Vediamo il confronto tra reddito medio per demi attici e percentuale ottenuta da Syriza nell’insieme delle circoscrizioni della capitale (I e II di Atene più la I e II del Pireo):
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È chiara la sovrapposizione fra quartieri meno agiati e voto a Syriza. Le isole ‘ricche’ di Kifissià e di Psichikò (le due regioni blu scuro), roccaforti dell’Atene borghese, sono quelli nei quali Syriza raccoglie meno voti. Al contrario, i quartieri più popolari della capitale greca (Peristèri, Egàleo, Santa Barbara e Nea Ionia, ad ovest del centro storico) sono quelli in cui Syriza sfonda letteralmente, superando il 40% (a Santa Barbara addirittura aumentando il punteggio rispetto a gennaio). Non a caso Tsipras ha sottolineato proprio questo punto nel suo discorso di domenica sera; e già il 21 marzo aveva profeticamente dichiarato: “I governi non cadono a causa delle macchinazioni. I governi cadono quando perdono il sostegno popolare”. Lapidario. La ripartizione della popolazione aiuta anche a capire la distribuzione dei consensi a Syriza rispetto a Nuova Democrazia. A titolo indicativo, si confrontino i risultati elettorali e la percentuale della popolazione rurale ripartiti per Nòmoi (una vecchia carta, del 1961, ma globalmente valida):

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Prevalenza di Syriza o di Nuova Democrazia elezioni settembre 2015 Percentuale della popolazione rurale (Sidiropoulos, Allison, Tzortzopoulou – 1961)

 
Il Peloponneso sud-orientale è in effetti una tradizionale roccaforte conservatrice, così come la Calcidica (esclusa l’area urbana di Salonicco) e la Tracia. Per motivi storici, le isole Ionie (Cefalonia, Leucade, Corfù, Itaca), votano massicciamente a sinistra: il contatto con Venezia, la presenza napoleonica e inglese, l’esistenza di istituzioni universitarie e accademiche fra le più antiche della Grecia contemporanea, ne hanno da sempre fatto uno dei centri del progressismo politico e sociale. Il KKE è tradizionalmente molto forte in questo settore.

Sociologia e democrazia

Gli exit poll, per quanto imprecisi, permettono di ottenere anche un’immagine del voto per categorie demografiche o socioprofessionali (qui i dati MRB/Alco/GPO/marc). Il voto dei disoccupati (oggi ufficialmente in Grecia sopra il 25%) rivela le conseguenze più inquietanti della crisi: chi è senza lavoro (e ha ancora la forza di andare a votare) si riversa massicciamente verso Alba Dorata. Non c’è bisogno di ricordare la correlazione tra disoccupazione e percentuali del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi negli anni 1924-1933 per comprendere questi risultati. Malgrado tutto, i disoccupati greci si distribuiscono per il reso verso i partiti di sinistra, preferendo quelli che sono su una linea di ‘rottura’ con il sistema esistente: Unità Popolare in primo luogo, ed il Partito Comunista. Syriza raccoglie solo il 13%, sintomo di una delusione esplicita di questi cittadini, in posizione di grave debolezza sociale. In termini generali, del resto, quello che emerge è una grande dispersione del voto (solo i discreditatissimi Nuova Democrazia e Pasok restano fuori dalla ‘media’).
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Un raggio di ottimismo viene invece, dal voto dei giovani, che nella fascia dei 18-24 anni si riversano massicciamente verso Syriza. Prevale dunque la fiducia verso Syriza e la condivisione della sua piattaforma politica, assieme certamente ad una identificazione “generazionale” con Alexis Tsipras.
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Contrariamente a quello che si poteva prevedere, l’elettorato giovanile di Syriza resta fedele al partito di Piazza Koumoundourou, e si riversa solo in minima parte verso Unità Popolare di Lafazanis. I dirigenti della Federazione giovanile di Syriza erano infatti passati armi e bagagli a Unità Popolare -per la maggior parte- o avevano scelto di abbandonare il partito. Il risultato mostra che nelle società postmoderne il consenso è “liquido”, certo fragile, ma più indipendente dalle logiche tradizionali dei partiti di massa. Chi non vuole abbandonare missioni e ambizioni di questi ultimi deve certo confrontarsi con questo dato.

Capacità di resistere

Quello che insomma emerge, al di là dei dettagli tecnici, è una estrema capacità di resistenza del popolo greco, di Syriza, di Tripras. Se molti hanno insistito sull’astensione molto alta (45% degli astenuti, contro il 35% di gennaio) c’è da dire che tre tornate elettorali in un anno e condizioni materialmente molto difficili hanno certamente giocato la loro parte. La “delusione” per l’accordo del 13 luglio ha avuto un impatto molto limitato sulla ripartizione dei consensi, in ogni caso bilanciato dall’abbandono indifferenziato verso tutte le formazioni politiche (unica eccezione vistosa il ‘Fiume’ di Theodorakis, che lascia sul campo quasi un terzo dei consensi di gennaio, e per il quale hanno tifato a lungo i socialdemocratici europei). I cittadini greci hanno ben capito -al contrario di vari analisti più o meno improvvisati o interessati- che Syriza ha dato con coraggio e senza risparmio la battaglia contro Troika e austerità, e che il governo Tsipras -malgrado gli spaventosi condizionamenti dell’accordo- è quello che meglio può difenderne gli interessi. Chiunque abbia un orecchio nella società greca, nei suoi problemi, non può non vedere questo dato con estrema chiarezza. “Più ne facciamo fuori e più ne nascono” si dice inveisse Nixon dopo l’elezione di Allende. C’è da sperare, mutatis mutandis, che l’esempio dell’inaspettata resistenza di Syriza provochi numerosi emuli nei prossimi mesi.