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Brexit: l'assegno di mantenimento che il Regno Unito pagherà all'Europa dopo il divorzio

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La settimana scorsa i cittadini del Regno Unito si sono resi conto che con il cambio sterlina euro quasi alla parità è “quasi” come stare nell’euro. Da oggi invece potrebbero finalmente scoprire quali sono i piani di Theresa May e del suo governo per affrontare la Brexit. Che il Regno Unito sia fermamente intenzionato a uscire dall’Unione Europea non lo dice solo il risultato del referendum del 23 giugno ma anche l’impegno preso dalla Premier May a attivare la procedura prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2017.

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Fonte: Il Sole 24 ore del 04/07/2016

L’Inghilterra pagherà la UE per avere accesso al Mercato Unico Europeo

Resta ancora qualche mese per studiare il piano d’uscita e per preparare i dossier da portare sul tavolo dei negoziati con la UE. Perché è certo che i britannici non se ne andranno sbattendo la porta come vorrebbero alcuni ultraconservatori sostenitori di una Brexit senza se e senza ma. Entro il 2019 (l’art. 50 prevede due anni di tempo per l’uscita dall’Unione) il paese non farà più parte dell’Unione Europea ma dovrà necessariamente fare fronte ad una serie di questioni che fino ad ora i sostenitori del fronte del leave e i ministri non hanno ancora dichiarato pubblicamente come saranno gestite. La principale fonte di preoccupazione è al momento lo status della City di Londra (che è il centro finanziario dell’Unione Europea) che in seguito alla Brexit perderebbe il cosiddetto passaporto finanziario che le consente di operare all’interno del Mercato Unico. Una volta che il Regno Unito avrà preso nuovamente controllo dei suoi confini rigettando l’autorità europea su alcune materie fondamentali va da sé che la City non potrà più mantenere il suo status, che già era stato oggetto di contestazioni da parte di coloro che sostengono che il centro finanziario dell’Unione non può essere al di fuori dell’area euro. Il Financial Times rivela però che allo studio del gabinetto dei ministri ci sono diverse proposte che non escludono la possibilità che il Regno Unito possa fare in futuro dei pagamenti alla UE per assicurarsi l’accesso al Mercato Unico e quindi consentire alla City di poter aver accesso al mercato finanziario europeo. L’idea di pagare per poter in ogni caso godere in misura ridotta dei benefici derivanti dallo status di membro della UE non è una novità ed è una soluzione già adottata da paesi come la Norvegia e la Svizzera. I leader della Commissione Europea (da ultimo Juncker) hanno sempre sottolineato che non si può usufruire degli accordi di libero scambio senza prendere tutto il pacchetto delle quattro liberta fondamenali su cui si fonda la UE che sono, oltre alla libera circolazione delle merci, la libera circolazione delle persone, dei capitali e la libera prestazione dei servizi. Al Regno Unito però interessano solo due delle quattro, la campagna sulla Brexit era tutta incentrata sul “mandare a casa gli immigrati” e di recente sono state avanzate proposte per obbligare le aziende ad assumere prima i lavoratori britannici e solo in un secondo momento quelli stranieri. A margine è interessante notare – per chi ce l’ha con l’Europa dei banchieri – che al momento a esercitare forti pressioni sul Governo per trovare un accordo con l’Unione che salvaguardi le loro attività finanziarie siano proprio i britannici banchieri della City. Quello che è certo è che se un accordo ci sarà dovrà per forza prevedere il pagamento di una “quota di iscrizione annuale” con la quale il Regno Unito si potrà garantire l’accesso al mercato comune. Il che significa che o brexiters dovranno rimangiarsi un altro dei capisaldi della battaglia per l’uscita dalla UE: quello relativo al “no soldi all’Unione” (Svizzera e Norvegia pagano anche loro una tassa d’iscrizione) che sta già scricchiolando sotto il peso degli interessi economici dello stesso Regno Unito.

Il rischio dazi sui prodotti esportati

Ma anche per coloro che “se ne fregano” se i banchieri rimangono senza lavoro (e i capitali lasciano il paese) le conseguenze della Brexit in caso di un mancato accordo con la UE potrebbero farsi sentire anche per i normali cittadini. La May ha dovuto rassicurare la casa automobilistica Nissan che era già pronta a ridurre la sua presenza industriale (in UK 7.000 persone lavorano per la Nissan) nel paese nel caso il Regno Unito non riuscisse a strappare tariffe convenienti riguardo la vendita delle macchine prodotte nel paese sul mercato europeo. Perché una “hard Brexit“, ovvero senza accordi con la UE significherebbe anche il ritorno dei dazi alla dogana e  per la casa automobilistica giapponese produrre auto in Regno Unito potrebbe non essere più così conveniente. Non bisogna dimenticare che la Nissan è in parte controllata dalla Renault che quindi potrebbe premere per far spostare la produzione in Francia. L’ex Vice-Primo Ministro del Governo Cameron, Nick Clegg, ha avvertito che in seguito alla Brexit i prezzi dei prodotti importati potrebbero salire ma soprattutto sarebbero le esportazioni verso la UE a pagare il prezzo maggiore. Secondo Clegg i beni che il Regno Unito esporta nell’Unione potrebbero essere assoggettati al pagamento di una tariffa che potrebbe arrivare al 22%. Il paese attualmente esporta annualmente sul Vecchio Continente prodotti agricoli per un valore di 11 miliardi di sterline, l’aumento delle tariffe doganali potrebbe mettere in ginocchio un settore vitale per l’economia britannica.

Quando Boris Johnson era per votare Remain

Clegg ha anche ribadito che il Governo non sa ancora cosa fare della Brexit perché molti dei leavers non ci avevano mai pensato e soprattutto perché hanno deliberatamente nascosto le conseguenze dell’uscita dalla UE durante la campagna elettorale. Sappiamo già della promessa dei fondi UE che sarebbero dovuti essere destinati al NHS che il giorno dopo il voto sia Farage che Johnson si sono dovuti rimangiare ma nei giorni scorsi è emersa anche un altro divertente retroscena riguardante un articolo del Ministro degli Esteri scritto prima del referendum riguardo la necessità di rimanere nella UE. In un articolo mai pubblicato e scritto per il Telegraph due giorni prima della discesa in campo di Johnson a favore del leave l’ex Sindaco di Londra spiegava quali sarebbero state le disastrose conseguenze di un’uscita dalla UE. Le stesse disastrose conseguenze che per mesi – durante la campagna referendaria – ha negato potessero realizzarsi e che ora si presentano sempre più vicine all’orizzonte. Secondo Johnson, che sta ricevendo molte critiche per il suo atteggiamento quell’articolo era un pezzo “satirico” sulle ragioni apocalittiche dei remainers, che gli serviva come esercizio solo per poter valutare i pro e i contro della situazione. Peccato che Boris non abbia fatto sapere ai cittadini britannici i veri pro e contro della Brexit così come lui li aveva analizzati. Ma probabilmente tra i pro e i contro dello stare con il Leave (contro il segretario del suo partito) Johnson aveva considerato anche la possibilità di diventare ministro. Cosa che in caso di vittoria del Remain non sarebbe accaduta.